LA SALUTE E’ IL PRIMO DOVERE NELLA VITA (Oscar Wilde)

Caustico, tagliante, estremo. Il geniale autore inglese sintetizza perfettamente una diffusa visione della salute intesa come un imperativo categorico, un must.

Ma procediamo per ordine. In una simile visione il termine salute assume un significato coattivo e viene vissuta come un gravoso compito che il soggetto si trova a dover attendere.

 Un impegno autonomo, che prende con se stesso, oppure, eteronomo, che gli viene dettato dall’alto (da Dio, dala religione, dalla morale, dalla società, dalla famiglia…) ed egli si deve limitare ad eseguire, non di rado, suo malgrado.

Talvolta la salute-dovere può avere una nobile motivazione, basti pensare alle eroiche madri che non “possono permettersi” di stare male per curare i propri figli. Donne che, con un’eccezionale volontà, spinta dalla forza dell’amore, si impongono, contro la propria malattia e, quasi miracolosammente, la sconfiggono perchè “devono stare bene per aiutare il figlio”

Ma quando la salute-dovere è un diktat fine a se stesso, diventa essa stessa una patologia, un’ossessione che costringe a mettere tutto il resto in secondo piano e ponendosi come un fine, anzi, il fine, il telos verso il quale indirizzare tutti i propri sforzi.

Inutile dire che è una pesante catana dalla quale alcuni riescono a liberarsi, mentre altri, per scelta, pavidità o incapacità, non sono capaci di divincolarvisi.  

Le conseguenze possono essere devastanti e spaziano dalla sconcertante dichiarazione di alcuni giovani che preferirebbero morire piuttosto che convivere con qualche menomazione fisica all’ossessione di nascondere dolore, malattie, sofferenze per evitare di essere additati, etichettati, emarginati da una società all’insegna dell’efficienza, del salutismo.

E se è vero che non si può, nè ci si deve mai permettere di giudicare il prossimo per i suoi comportamenti e le sue scelte perchè altro è vedere dall’esterno ed altro è vivere, essere coinvolti in prima persona, tuttavia, ammesso, pure, che la salute sia un dovere verso se stessi o verso gli altri, verso Dio o verso il mondo, è, quantomeno, lecito sottolineare che, ergendola a valore unico, ad imperativo categorico, si rischia di scordare un altro valore: la vita.  

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