Tra comunicazione non verbale e scan detector per misurare felicità dietro un sorriso

Il sorriso è un potente mezzo di comunicazione, di relazione, di espressione.

È noto che il sorriso sia un gesto gratuito, fortemente empatico, perlopiù contagioso, capace di esprimere sentimenti profondi, di condividere emozioni ad alta concentrazione empatica, di comunicare molto più di tante parole.

E se nelle ricerche di customer satisfaction uno degli aspetti ciritici del personale italiano che lavora nei servizi pubblici è proprio l’incapacità di sorridere, mentre, invece, i commercianti cinesi si distinguono per accoglierti sempre con atteggiamenti gioviali ed un’espressione (in parte favorita dagli specifici tratti somatici) sorridente, il sorriso non ha solo una dimensione fisica, è una disposizione d’animo, uno stato psicologico, un atteggiamento.

Non c’è bisogno di skype o di un videotelefono per “sentire” che una persona sta sorridendo mentre parla al telefono, lo si percepisce dal tono, dalla cadenza, dalle vibrazioni della voce.

Il sorriso ad un malato dischiude un mondo di dolcezza di con-passione, di carità, di solidarietà che può valere molto più di tanti soldi o medicinali… non a caso una delle lacune maggiori dei medici è proprio nella comunicazione non verbale… nell’incapacità, di molti, di mettersi nei panni di chi si rivolge a loro e di compiere gesti apparentemente banali, ma rivelatori di una preziosa ricchezza spirituale e umanità, come il sorridere.

Quali mezzi abbiamo per scoprire se un sorriso sia autentico?

Ed è vero che sorridere aiuta a sentirsi meglio?

Se, la comunicazione non verbale insegna che, per capire se il sorriso sia solo di circostanza o autentico, basta osservare con attenzione la parte sinistra del volto (guidata in prevalenza dalla parte destra del cervello sede delle zone più legate alle emozioni, alla creatività, alla fantasia,…), non pochi studiosi stanno cercando di risolvere il problema.

I risultati dicono che non è poi tanto facile capire se, effettivamente, chi sorride poi si senta meglio a causa del gesto fisico del sorridere o per il fatto stesso di avere ricevuto la richiesta di sorridere.

Così ritorna il problema della differenza tra un sorriso genuino, spontaneo ed uno forzato, di circostanza.

Per risolvere il dubbio, i giapponesi hanno inventato un apposito smile detector che, a loro detta, dovrebbe essere in grado di stabilire quanto di piacevole ed autentico ci sia in un volto sorridente.

Il sistema analizza i volti servendosi di una tectica di modellizzazione in 3D per verificare l’identità personale, l’età e il genere, tracciare i movimenti della pupilla. 

È uno strumento con varie possibilità di applicazione che spaziano dalla gestione della sicurezza all’ingresso di edifici pubblici ai sistemi di monitoraggio dei guidatori (per essere sicuri che non si addormentino), dalla prevenzione di atti terroristici alla possibilità di controllare l’accesso limitato a persone adulte in certi locali o di avere una macchina fortografica che si assicura che tutti sorridano prima di scattare.

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