Caso Morgan e stupefacenti: comunicazione drogata.

Un grave problema di comunicazione della salute traspare dietro al dibattitto molto sensazionalista e gossipparo di Morgan e la cocaina che sta tenendo banco negli ultimi giorni.

Proviamo ad analizzarne insieme alcuni aspetti fondamentali.

È quasi inutile ricordare che 1 milione 400mila italiani usano la cocaina, ossia c’è un’intera Milano di cocainomani nel Bel Paese.

Il caso Morgan è un ottimo spunto per qualche riflessione sul ruolo ed i punti deboli della comunicazione nel delicato settore del consumo di stupefacenti.

Non è strano che dopo anni di dibattiti, di campagne contro l’uso e l’abuso di droghe, il fenomeno non diminuisce? Perchè?

Ancora una volta le cause di un così grave e complesso effetto sono molteplici e sinergiche.

Ci sono decenni di quasi inconcludenti dibattiti politicizzati tra proibizionisti e permissivisti, una banalizzazione e sottostima della gravità del problema e dei suoi effetti; una fulgida aura creata attorno agli stupefacenti che innesca meccanismi emulativi (vip, cantanti, starlet… che diventano modelli negativi), effetti snob (aver etichettato la cocaina come dorga vip, pulita… ha contribuito a sdoganarla, a renderla trendy ed estrememente appetibile una volta che ne è calato il prezzo), deliri di onnipotenza e (auto-)rappresentazioni sfalsate (“posso smettere quando voglio”, “a gli altri fa male, a me no”, “scommetto con/sfido la morte”)…

Accanto, come ho ampiamente dimostrato nel libro Le sfaccettature del Wellthiness, in uscita nei prossimi giorni, ci sono una serie di gravi problematicità comunicative.

C’è l’imperdonabile incompatibilità tra i linguaggi, i valori, le modalità di comunicazione apprezzati dai giovani/ragazzi ed utilizzati nelle camagne di prevenzione, sempre depressive, impositive, paternalistiche… mai capaci di strizzare l’occhio, di coinvolgerli, di responsabilizzarli nel modo corretto.

C’è la mancanza dell’indispensabile continuità nelle varie azioni di informazione, sensibilizzazione: l’unica campagna ufficiale del Ministero della Salute contro il doping è del 2006.

C’è il messaggio ingannevole, passato a lungo, che sdogana l’uso degli stupefacenti dimenticandone le immediate ed irreversibili conseguenze sul cervello, sul fisico, sulla salute, ma anche sulla psiche.

C’è la spettacolarizzazione e la notiziabilità che associa ed ammanta la droga del fascino della sfida, della trasgressione, dell’appetibilità di una pseudo-superiorità, di un’effimera notorietà (non un successo nato dalla fatica, dal sacrificio, da un percorso sudato).

Nell’era del Wellthiness, allorchè la cocaina e la dorga sono ormai tanto diffusi, sembra giunto il momento di proporre un nuovo modello di trasgressione.

Una trasgressione che metta in mora proprio gli stili di vita e le immagini fino ad ora tanto eslatate, per rivendicare il recuero dell’autenticità, della consapevolezza dei propri limiti e del desiderio di sfidarsi, di mettersi alla prova con le proprie forze, perchè solo così si cresce, solo così si è davvero felici.

La comunicazione è drogata anche per altri motivi.

Prima di tutto perchè, indirettamente, contribuisce a creare il culto, a pubblicizzare i modelli negativi: lo stesso “mettere il mostro in prima pagina” è un modo per enfatizzare l’ambivalente immagine di famoso-maledetto, per renderlo estremamente attraente per tutti i giovani che, per la propria età, hanno un’innata tendenza alla contestazione, alla trasgressione…

È un modo per creare un implicito legame tra successo-fama e droga.

Un’altra criticità è che, a furia di parlarne, il problema si normalizza, si trasforma in un’abitudine, in una quotidianità che non suscita più preoccupazione, cruccio… e quindi se ne perde lo spessore di negatività e pericolosità del fenomeno.

Un errore gravissimo sono, poi, i servizi televisivi che annunciano l’arrivo di nuovi stupefacenti.

A differenza di quanto accade nelle campagne di informazione-prevenzione, ammesso che ve ne siano (vedasi Pubblicità&Progresso , li pubblicizzano servendosi del meccanismo e del linguaggio giusto: li propongono come nuova frontiera dello sballo, inseriti in filmati di festose, accattivanti serate in discoteca, e poi vi aggiungono la parola magica, il divieto, il monito a non utilizzarle perchè fanno male… e il gioco è fatto. 

ALEA IACTA EST: ecco pronto un perfetto e, sicuramente, efficace spot per il nuovo tipo di ciber drug che, tra qualche mese, tutti potranno trovare per la strada o dal loro pusher di fiducia.

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