UNA DELLA COSE PIU’ DIFFICILI NELLA VITA E’ AVERE PAROLE NEL TUO CUORE CHE NON PUOI PROFERIRE (James Earl Jones)

Che cosa significa, nell’era della comunicazione: non “poter” esprimere le parole che si hanno nel cuore?

Il divieto può dipendere da vari motivi interni o esterni, consci o inconsci, emotivi o razionali, relazionali o morali, sociali o personali…

Se alcuni autori intitolano la società di oggi alla comunicazione, altri sostengono che, con i new media ed i social media, più che di comunicazione si dovrebbe parlare di informazione, quindi si appellano ad un’era dell’informazione.

Di fatto, le nuove tecnologie stanno trasformando profondamente le nostre modalità di colloquio, dialogo, espressione (basti pensare all’uso delle  emoticon o alla difficoltà che la nuova generazione di universitari ha di capire che in una tesi perchè va scritto per esteso e non xè come negli sms).

E, come tutti i mezzi, celano grandi opportunità ma anche vari pericoli, a seconda di come vengono utilizzati.

Così, paradossalmente, mentre nella vita reale invochiamo, con più o meno veemenza, il diritto alla privacy, in Facebook, Twitter o su Youtube ci raccontiamo, mettendo in vetrina dettagli che sarebbe stato meglio tenere per noi, talvolta, per narcisismo, spesso per una centra ingennuità di scordare di avere un pubblico potenzialmente globale.

Quali sono, dunque, le parole che “non possiamo” proferire?

Appellandoci al diritto di libertà di espressione, non dovrebbero essercene, a patto di non ledere la libertà e la sensibilità altrui.

Invero, i confini sono dettati dal nostro Super-ego, dal nostro bagaglio culturale, dalla nostra forma mentis e modo di ragionare, dal tipo di interlocutore che abbiamo ed il rapporto che ci lega a costui, dalla consapevolezza o meno dei possibili effetti che potrebbero avere i nostri messaggi.

Ed ancora, dipendono, dal contesto specifico, dal ruolo che abbiamo, dal nostro stato emotivo, dagli obietivi che ci siamo proposti o imposti…

In alcuni frangenti, a tracciare il confine tra il lecito e l’illecito, sono, dunque, aspetti eteronomi, dettati dalla società, dalla cultura, dal contesto, dal nostro prossimo.

Può intervenire anche l’innato senso della misura che ci impedisce di superare la soglia oltre la quale la comunicazione si  trasformerebbe in offesa, in insulto, in aggressione verbale, in terrorismo psicologico… estranei all’intento iniziale. 

Sebbene ci sia il pericolo che le parole inibite o sottaciute possano produrre stati di malessere psicologico, sociale e spirituale, ciò non giustifica il fatto che, spesso, alcuni si sentano autorizzati a non contenersi e cerchino di spacciare la loro maleducazione, l’insensibilità, la superficialità, l’arroganza…, con una pseudo-sincerità o pseudo-autenticità.

Ci sono però, anche parole, nel cuore che non possiamo/vogliamo dire per eccesso di amore, per non ferire chi ci sta accanto, per difenderlo, per proteggerlo, per evitargli eventuali sofferenze, dolori, traumi…

Non sono solo ispirate da un desiderio di quieto vivere ma da un difficile lavoro di soppesare l’ambivalenza di una situazione e decidere quale dei due beni o, più spesso, dei due mali, sia preferibile.

Il caso più plateale è il dilemma etico e morale di chi sa che a una persona cara è stato diagnosticato un male incurabile, che le sono stati dati pochi mesi, settimane, giorni di vita: è “giusto” dirglielo, con il pericolo di dargli un’inutile sofferenza e, magari, di contribuire ad accorciarle ulteriormente il poco tempo che le resta? Oppure è “giusto” non dirle nulla ledendone il diritto a conoscere il proprio destino?

Da ultimo c’è anche un’altra categoria di parole che giacciono nel cuore e non si “possono” o non si sanno dire: invero non sono parole, sono pensieri, sono emozioni, sono sensazioni ineffabili, indicibili perchè non possono essere tradotte in ragionamenti, in discorsi logici, in frasi. Sono le “parole” dei gesti, dei sorrisi, degli sguardi, delle carezze… in termine tecnico, della comunicazione non verbale, non di rado, assai più potente, espressiva, incisiva delle mere parole.

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