IL DOLORE E’ REALE QUANDO FAI IN MODO CHE LE ALTRE PERSONE CI CREDANO. SE UNO SOLO NON CI CREDE, IL TUO DOLORE E’ CHIAMATO PAZZIA O ISTERIA (Naomi Wolf)

La rappresentazione sociale e la dimensione interpersonale, sono due componenti fondamentali nel dolore perchè gli danno spessore, corpo, voce, anima consentendogli di infrangere la bolla di vetro che tende a crearsi attorno a chi soffre.

Il dolore muto, inespresso, che resta dentro, che non si esprime, che non viene con-diviso (diviso insieme) con gli altri, tramite un  processo simpatetico, empatico o simbiotico,  è un‘esperienza che mette a durissima prova l’In-divisus solo con se stesso.

Non avendo nessuno con il quale spartire il gravoso peso del dolore, c’è il pericolo di chiudersi in se stessi, di non riuscire a sopportarlo, di iniziare a pensare ed a credere di essere diversi, menomati… e, per effetto Pigmalione, a comportarsi come tali.

Anche per ciò è fondamentale non solo la dimensione personale, intima, privata del dolore ma anche una sociale, interpersonale, relazionale.

Come si costruisce il dolore individuale in un contesto sociale?  

Il meccanismo è semplice e tutti, in modo molto naturale, lo applichiamo.

Il riconoscimento della sua realtà dipende da come riusciamo a convincere gli altri della sua presenza.

Un’operazione già, in sè, abbastanza complicata quando il dolore è associato ad un fatto fisico, tangibile ma estremamente complesso se il dolore è psicologico o invisibile.

Qui è indispensabile e fondamentale la dinamica dell’empatia, il metterci nei panni dell’altro, che porta chi ha sofferto, nel passato, pene analoghe, a capire il tipo di esperienza che sta vivendo il sofferente ed a desiderare di aiutarlo.

Sostenere che il dolore sia reale solo quando si riescono a convicere gli altri della sua presenza è un’affermazione che riecheggia, in qualche modo, il mantra del pessimismo postmoderno, a la Baudrillard, il quale conferisce una realtà solo a quanto compare sul piccolo schermo o, per attualizzare l’immagine, che si vede su Youtube o nei social network.

Per mettere in scena il dolore e convincere gli altri della sua realtà, abbiamo un’ampia gamma di vie che lo possono connotare con  un’accezione passiva, aggressiva, vitalistica, fatalistica, ipocondriaca, etica, relagiosa…

Ed è tanto più credibile in quanto riusciamo a costruirvi attorno una narrazione composta non solo, nè tanto, di parole, ma anche, e, soprattutto, di sensazioni, emozioni, intuizioni.

Una storia autentica, credibile, veritiera capace di riflettere l’altro chiedendogli di ricordarsi, di andare a pescare nella propria memoria o di immaginare, per sintonia e simbiosi.

L’intangibilità del dolore, se manca l’empatia o se viene messa la credibilità della sua concreta esistenza,  rischia di aggiungere un ulteriore dolore a chi già soffre: è il dolore di essere etichettato come pazzo, come isterico, come menzognero…

Una situazione che aggrava lo stato del sofferente dandogli la sensazione di essere solo, abbandonato, incompreso, quindi rendendolo ancora più fragile, più debole, più esposto.

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2 Risposte to “IL DOLORE E’ REALE QUANDO FAI IN MODO CHE LE ALTRE PERSONE CI CREDANO. SE UNO SOLO NON CI CREDE, IL TUO DOLORE E’ CHIAMATO PAZZIA O ISTERIA (Naomi Wolf)”

  1. Cara Ada, complimenti per il tuo blog! Se sei d’accordo vorremmo iscriverti nel blogroll della nostra Associazione, IFOCOM, che si occupa di mettere in contatto medici e pazienti. Ci autorizzi? Grazie. Francesco Rossani

  2. Il dolore non si costituisce nel contesto sociale, ma piuttosto il contrario, il contesto sociale crea dolore, e in questo i media che sono una conseguenza di un ordinamento economico-politico-culturale disumano (avverso alla natura creativa degli esseri umani) hanno un ruolo fondamentale.

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