LA MIA INFELICITA’ ERA QUELLA DI UNA PERSONA CHE NON SAPEVA DIRE DI NO (Osmau Dazai)

Dire di No può essere un segno di forza, per contrastare una situazione che non si approva, che si vorrebbe cambiare.

 

 

 

È un No deciso, convinto, in parte anche forte, vigoroso, imperioso. Un No che è un modo per negare ciò che non crediamo, che non ci pare giusto, coerente, buono e che, nel contempo, è anche un Sì, un’affermazione di altro al quale attribuiamo un valore maggiore.

Ma il no che possiamo interpretare nelle parole dello scrittore giapponese non è affermativo, assertivo, costruttivo.

È un semplice atto di codardia, di insignificanza, di passività. Un segno di incapacità di vivere fino infondo, di una mancanza di volontà di prendere una posizione netta davanti a noi stessi ed agli altri, di assumerci le nostre responsabilità, di essere disposti a combattere per difendere le nostre idee.

 L’infelicità del non sapere dire  No è lo stato d’animo di chi non si sente realizzato, di chi si lascia schiacciare e si lascia vivere, è la negazione di voler essere In-dividui accontentandoci di essere volti anonimi in una folla perdendo ciò che ci rende unici, irripetibili, degni di definirci esseri umani.

L’infelicità del non saper dire di No è la debolezza di molti agenti di socializzazione primaria (genitori) e secondaria (istituzioni, scuole…) che, in nome di uno pseudo-buonismo e permissivismo, hanno rinunciato al loro ruolo di educatori, di modelli, di guide, di costruttori delle generazioni che dovranno governare il mondo.

Non prendere una posizione precisa, il “doppiogiochismo” producono infelicità perchè, in fondo, sappiamo che sono un modo per rinunciare a portare a termine la nostra missione nella piccola storia personale, familiare, così come nel grande flusso dello scorrere dei tempi.

Quanti genitori che lavorano tutto il giorno per mantenere i figli, sentendosi in colpa per averli lasciati a casa tutto il giorno da soli, non hanno il coraggio di non cedere ai loro capricci, non osano dire loro di No alle loro richieste? Temono di allontanarli ulteriormente con il no. E così sarebbe fin tanto che è un NO.

Ma quando il No viene seguito da un confronto, da un dialogo, da una spiegazione, da un percorso… il suo potere negativo diventa, di nuovo, un’affermazione, un punto di arrivo che è anche una nuova partenza in grado di dischiudere nuovi percorsi, nuovi orizzonti. Certo che per dire un No affermativo ci vuole tempo, ci dobbiamo impegnare, ci dobbiamo mettere in discussione, prima ancora che con gli altri, con noi stessi.

Un No affermativo, però, porta con sè uno stato d’animo di serentià, la sensazione di avere compiuto la scelta giusta che solo chi sa guardare al di là del “qui ed ora” è in grado di godere.

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