SI PUO’ BERE TROPPO, MA NON SI BEVE MAI ABBASTANZA (Gotthold Ephraim Lessing)

Bere è, dalla notte dei tempi, un modo per estraniarsi dalla realtà, per illudersi che sia diversa, migliore, come la vorremmo.

Non c’è bisogno di essere sociologi, psicologi o scienziati per capire che sia una pratica sempre più diffusa, nè di roboanti ricerche per sapere che ad esserne coinvolti siano sempre più i giovanissimi. Basterebbe non limitarsi a sentire, ma anche imparare ad ascoltare… 

Sarebbe sufficiente prendere qualche volta un treno ed essere costretti ad ascoltare le  telefonate degli adolescenti o le loro conversazioni, che si scopre quanto sia diffuso il problema.

Ciò che c’è di vero, estremamente e drammaticamente, vero nelle paole di Lessing,  il filosofo illuminista che, celebre anche per le sue particolari idee in estetica, tra le quali l’esaltazione e la legittimità del brutto, mentre, a livello fisico, c’è un limite al bere, il suo desiderio è insaziabile.

Il discorso del limite ed il piacere di superarlo si traducono, nel binge drinking, il bere per ubiracarsi, fino a stare male, moda sempre più diffusa tra i giovani e giovanissimi.

Invece la brama inesauribile del bere, tralasciando le varie patologie che, a lungo periodo, provoca, è tanto più forte in quanto supportata da vari meccanismi psicologici e sociologici che, insieme, diventano un irresistibile, potentissimo cocktail

E l’elenco dei suoi ingredienti è il più assortito e cangiante. Spaziando dal bere perchè si è in gruppo, per sentirsi parte della tribù, pari tra i pari; si spinge al bere per dimenticare, per evadere, per fuggire; passa poi per il bere per dimostrarsi grande o per non sentirsi piccolo, debole, fragile, inetto; e non trascura anche il bere per cercare una consolazione, effimera, momentanea, illusoria…

Dietro al problema c’è un forte, sconsolato, grido contro la mancanza di modelli positivi, la richiesta di un’attenzione spesso negata, di un dialogo, non di rado, rifiutato…

Ma, come sempre, non è corretto finire per demonizzare tutti i giovani o incriminare tutti gli adulti.

Ciascuno dovrebbe prendere le proprie responsabilità, non limitandosi ad increminare l’altro senza prima compiere un esame di coscienza.

Stupisce sentire l’ingenuità dei genitori che affermano di conoscere i loro figli, di poter assicurare che non bevono, che non fumano, che non prendono altre sostanze…

Spesso è eccesso di fiducia, talvolta è anche una specie di pavidità, di ignavia, di mancanza di coraggio, di timore,… eppure, in modo più o meno conscio, la domanda dei ragazzi che bevono è proprio intrisa di un desiderio di venire ascoltati, considerati.

Così, per estinguere il “non basta mai” del bere, si dovrebbe compensare con una sana tisana di amore, pazienza, ascolto, corretta, però, con un flessibile, comprensivo e, nel contempo, rigoroso modello, esempio.

Ed ancora, ascoltando i discorsi dei ragazzi, si deve riconoscere che qualcosa sta cambiando.

Fino ad un paio di anni addietro, non capitava mai di senitre anche qualcuno che reagiva al culto dell’alcool, qualcuno che denigrava gli adepti della religione della pseudo-ebbrezza. Ebbene, ora incominciano ad esserci dei dissidenti, dei ribelli, degli eretici che  non ci stanno più al gioco.

Ovviamente, sono mosche bianche, ma proprio da tali eccezioni dovrebbero partire le campagne di sensibilizzazione, di informazione.

Tuttavia, repetita iuvant, prima di imbarcarsi in una così importante lotta, sarebbe indisponsabile ascoltare le ragioni dette e non dette, capire davvero perchè tanti bevono troppo ma mai abbastanza…

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