L’UNICA VERA FELICITA’ E’ L’IGNORANZA (G. Thomas)

Siamo abituati a dare una connotazione quasi morale al termine “ignoranza”. Se, però, rimaniamo alla sua etimologia, rimanda all’ignorare, il non conoscere.

 

E la saggezza popolare conferma, implicitamente, il pensiero di Thomas quando ci decanta la “beata ignoranza!”

Affermare che l’unica, vera felicità risieda nell’ignoranza è, in parte, corretto, ma rischia anche di dare un taglio al ragionamento che sfocia nel solito pessimismo.

Che sia vero è subito dimostrato rimanendo nell’ambito della salute. Quante volte le persone più umili, meno colte, meno consapevoli, proprio in virtù della loro ignoranza, vivono la malattia in modo più sereno, più pieno, più positivo rispetto a chi ne conosce i sintomi, il decorso, le complicazioni e, magari, purtroppo, anche l’esito non sempre positivo.

Spesso l’ignoranza, come sinonimo di ingenuità, aiuta, nella malattia così come nella vita.

La semplicità, la freschezza, la mente sgombra da pre-giudizi, pre-concetti, schematismi, soluzioni preconfezionate… talvolta possono giovare. Talvolta.

“Talvolta” perchè, comunque, chi davvero ha la consapevolezza, la conoscenza, la coscienza, l’auto-coscienza, rischia proprio di venire travolto dalla realtà, di non sapervi reagire, di lasciarsi vivere…

Di qui l’esigenza di imparare a guardare tutto ciò che ci capita, con un certo distacco, di metterlo in prospettiva, di assumere un atteggiamento un po’ zen.

Il pericolo è di finire in un’apologia, un inno all’ignoranza, alla deficienza (presa, anch’essa in senso etimologico del de-ficere, il venire meno, il mancare).

Ma il senso profondo e lo spunto che ricollega l’aforisma di Thomas al Wellthiness, va ricercato altrove.

In una terra lontana, in un’epoca arcaica. 

Lo scenario è la Grecia antica dove visse un grande uomo Socrate. Un grande maestro e filosofo che trovava conforto dal fatto di non essere supponente, tronfio della sua cultura, del suo sapere, ed anzi, accettati i propri limiti e le proprie ignoranze, gioiva nel “sapere di non sapere” prendendo la sua ignoranza come uno stimolo, una piattaforma per continuare nella sua ricerca di se stesso.

Il terreno per coltivare la felicità è, ancora una volta, imparare, umilmente e socraticamente, ad accettarci per ciò che siamo: con i nostri limiti e difetti, con le nostre ignoranze e  debolezze, con le malattie che di affliggono e le sofferenze che ci tormentano.

Amandoci per la nostra stessa natura di creature, quindi non come onnipotenti, siamo più disposti e pre-disposti verso la felicità.     

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