LA FELICITA’ SI INSINUA DENTRO LA TUA VITA ATTRAVERSO UNA PORTA CHE NON SAPEVI DI AVER LASCIATA APERTA (John Barrymore)

Che il pessimismo postmoderno ci abbia lungamente allenato ed abituato a sbarrare tutte le nostre porte e finestre alla felicità, è risaputo.

Anzi, il suo training è stato tanto subdolamente sofisticato che, per compensare il mal tolto, si è adoperato per fornirci un intero esercito di pseudo-felicità.

La ricerca di emozioni che ci stordiscono, di sensazioni che ci ipnotizzano, di sostanze che ci narcotizzano, di situazioni che ci trascinano in mondi falsi ricchi di false felicità destinate a scomparire in breve ed a lasciarci ancora più tristi, ancora più disillusi, ancora più soli.

Ancora più sordi alla Felicità che continua a bussare al portone del nostro animo e del nostro cuore.

L’effetto negativo del pessimismo e del nichilismo imperante sino a ieri, prima che sorgesse la timida aurora del Wellthiness, non è, però, l’unico freno alla felicità.

Non di rado, il vero ostacolo siamo noi stessi. Siamo noi che, incapaci o non disposti ad accoglierla, le chiudiamo le porte, impedendole di entrare.

Ed essa bussa, suona, chiama, ma noi non le apriamo, perchè abbiamo paura… paura di poterne godere.

O forse, paura di perderla, paura che finisca e di dover poi ritornare ad una vita priva della sua magica polvere di gioia luminosa o di soave serenità.

Eppure la felicità è un ostinato destino che non si arrende e continua a provare a penetrarci fin tanto che, un giorno, per sbaglio, non ci siamo dimenticati aperta una piccola porticina…

Può essere la porta delle sensazioni di morbida dolcezza, o di una soave voce, la finestra di una tenera carezza o di uno sguardo fulmineo, di un profumo idilliaco o di un ricordo riaffiorato dall’abisso della memoria. La felicità è abile, è astuta: cerca di aggredire la nostra roccaforte, malgrado tentiamo di non essere espugnati.

Essa, appena trova un pertugio, una fessura, una falla, immediatamente, ne approfitta: ci invade, ci se-duce. Ci trasporta con sè nel suo mondo colorato, profumato, incantevole ed incantato. 

Ma quando finisce che ne sarà di noi?

Taluni, non sopportando l’idea di una vita senza felicità,  si ostinano, maniacalmente, a cercare di recuperarla ritornando, però, a barricarsi nella propria chiusura, sordi al suo costante bussare.

Altri, come in uno stato nascente abortito, piombano nella disperazione, nella depressione, nella nostalgia struggente, convinti di non potere mai più godere della sublime esperienza della felicità e destinati ad una vita grigia, piatta.

Altri ancora, si arroccano nel ricordo del bel momento trascorso, lo mitizzano, lo circonfondono di un’aura speciale, disprezzando il presente e rinnegando ogni possibile ritorno della felicità nel futuro.

Infine c’è chi ha imparato che la felicità ha tanti modi per manifestarsi, ha tante occasioni per pervaderci e che dobbiamo essere noi a sviluppare una speciale sensibilità per captare quando si sta avvicinando, per sentirne il lieve passo, il frusciare delle vesti dietro l’uscio così da spalancarglielo.

Fortunato è poi, chi comprende l’antifona che i semi della felicità sono sparsi anche nei luoghi più improbabili e, come in un’astrusa caccia al tesoro, siamo noi che dobbiamo scovarli e nutrirli, affinchè crescano e fruttifichino…

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