Omeopatia: amore della gente, conferme scientifiche, tabù dei medici

Oltre il 70% dei pazienti, secondo vari studi clinici, testimonia gli effetti benefici dal ricorso a trattamenti di tipo omeopatico eppure, nell’immaginario collettivo e, soprattutto presso i vari esponenti della medicina scientifica, l’omeopatia continua ad essere penalizzata da una forte presunzione della sua scarsa, se non nulla, scientificità.

Si tratta di un pre-giudizio, ampiamente supportato da un tessuto di dis-informazione che alimenta rappresentazioni fuorvianti dell’omeopatia come metodica terapeutica priva di evidenze scientifiche ed esclusivamente basata sull’auto-suggestione dell’effetto placebo.

Un’attenta ricognizione del panorama della letteratura dimostra l’esistenza di vari studi sull’omeopatia che ne attestano, scientificamente, l’efficacia terapeutica. Le riviste che se ne occupano spaziano dall’European Journal of Clinical Pharmacology al British Journal of Clinical Pharmacology, dal Lancet al British Medical Journal.

Per capire l’entità del fenomeno basta ricordare che nel 2007 sono stati pubblicati 134 studi randomizzati e controllati dei quali 67 hanno dato risultati non validi a livello statistico, 8 esiti negativi e 59 positivi.

Le patologie ed i temi affrontati coprono un area molto vasta che include dalla diarrea infantile, i disturbi reumatici, le allergie, le otiti acute, le bronchiti alle infezioni respiratorie, le allergie, la sindrome della fatica cronica…

Come sostiene il medico omeopata Tancredi Ascani, i dati attualmente  disponibili indicano che da un lato “l’omeopatia è efficace in numerose condizioni cliniche”, dall’altro che “l’effetto dell’omeopatia è superiore del placebo”.

Tra le altre spiegazioni che cercano di rendere ragione della notevole dis-informazione sul tema ce ne sono, sicuramente anche di tipo sia economico, che chiamano in causa gli espressi interessi delle industrie farmaceutiche, sia politico, con la minaccia da parte del nuovo paradigma e dei suoi adepti, nei confronti del consolidato potere della gerarchia medica ufficiale.

Ma, le più significative rimandano alle difficoltà intrinseche ad ogni rivoluzione di paradigma culturale.

Si tratta, dunque, di  un problema conoscitivo e di re-impostazione del sapere tradizionale secondo nuovi schemi.

Un balzo evolutivo che alcuni, più aperti ed elastici, riescono a compiere agevolmente ed, anzi ne diventano promotori.

Chi, invece, è più statico ed irrigidito, o, magari, soffre un po’ di miopia culturale, prova maggiore difficoltà ad accettare il cambiamento e, quindi, si arrocca sulle proprie posizioni, talvolta, rifiuta il dialogo ed il confronto con il nuovo, ne nega a priori l’efficacia o, nei casi meno nobili, la diffama.

Di fatto, i principali affossatori dell’omeopatia sono esperti in altri settori o in altre branchie della medicina.

Il loro fondamentale limite è di proseguire a ragionare con il vecchio paradigma della loro disciplina chiudendosi alla possibilità di provare ad osservare da un punto di vista diverso dal solito.

A parte la mancanza di uno specifico background culturale, il  loro approccio si ostina a considerare il meccanismo di azione dell’omeopatia in termini chimici mentre, in effetti, si tratta di fenomeni fisici.

La reticenza e l’avversione da parte del sapere e della comunità istituzionalizzata, a parte il già menzionato discorso degli interessi economici e dei giochi di potere, rientra nella naturale reticenza al cambiamento, nell’inerzia culturale che tende sempre ad ostacolare i paradigmi emergenti, i saperi “alternativi” rispestto ai convenzionali.

Non meno significativo all’opera di non corretta informazione nei confronti dell’omeopatia e delle sue effettive proprietà è il contributo dei mezzi di comunicazione, in particolare i mass media.

Di contro, i new media ed il web 2.0 paiono, invece, non di rado, cavalcare il nuovo paradigma andando ad alimentare il potentissimo flusso del passaparola, che spiega il crescente successo e la dilagante popolarità dell’omeopatia stessa.

Secondo il Rapporto Italia 2010 dell’Eurispes, la percentuale di chi si avvale dei prodotti omeopatici è passata dal 10,6%, nel 2000, al 18,5%, nel 2010, con l’Italia che si conferma il terzo mercato in Europa dopo la Francia e la Germania.

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