NON MANGIARE PER NOIA; NON BERE PER ELEVARTI (Benjamin Franklin)

Mangiare e bere sono gesti tanto abituali e quotidiani che, spesso, rischiamo di dimenticare le molte sfumature intrinseche alla loro apparente ripetitività.

Entrambi, hanno una funzione “ontologica”, oggettiva, concreta di soddisfare due dei nostri bisogni primari: la fame e la sete.

Ma il loro significato va ben oltre.

Mangiare e bere sono un modo per esprimere ed affermare la nostra identità personale, la nostra appartenenza culturale, il nostro essere figli di un determinato tempo, di una particolare terra.

Testimoniano il nostro legame con il passato delle tradizioni culinarie di millenni, il nostro eclettismo, la nostra capacità di contaminazione, di mixare di creare nuovi percorsi gustativi, olfattivi, nuove sinestesie che esprimono, indirettamente, anche la nostra sensibilità, la nostra anima.  

Poi mangiare e bere sono un caposaldo nella socializzazione: in tutte le culture di tutti i tempi mangiare insieme è indice di amicizia, fratellanza, pace, unione, condivisione. Per concludere un affare invitiamo a cena il cliente, per conquistare il partner non c’è nulla di più indicato di una cena romantica, per festeggiare un evento importante dopo un lauto pranzo non può mancare il vino per suggellare al felicità, per celebrare una ricorrenza è subito pronta una tavola ben imbandita ed, in alcune culture, persino per accomiatarsi dal caro estinto, dopo averlo sepolto, i sopravvissuti brindano e banchettano in suo onore.

Mangiare per noia è, dunque, un modo per svilire il gesto di tutte le sue connotazioni a partire dal suo  primo ruolo nutrizionale, passando per l’espressivo, il socializzante, l’edonistico, sino al compensatorio.

Mangiare per noia, da un lato, dipinge una vita vuota, piatta, senza senso, solitaria, nella quale non c’è spazio per la gioia del mangiare, per godere del cibo, per il piacere di stare con gli altri…

Dall’altro, non si accontenta di svuotare il mangiare di tutte le sue valenze, ma lo rende, a sua volta, qualcosa di indifferente, che potrebbe essere sostituito da altro senza che cambi nulla.

Analogamente, bere per fuggire, per elevarsi, in cerca di una falsa felicità, è una distorsione del significato più ricco e positivo del bere. L’esperienza viene snaturata, se ne prende l’aspetto meno nobile, il più triviale, il più patologico che non porta a qualcosa di positivo. Non è la via di accesso per un gioioso incontro con  se stessi o con gli altri: è un gesto egoistico, vile, di fuga da se stessi e dal mondo. Una vana illusione destinata a crollare travolgendo anche noi stessi inisieme a tutte le ingannevoli e posticce felicità che ha creato.

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