SAPERE DI NON SAPERE E’ LA COSA MIGLIORE. FINGERE DI SAPERE QUANDO NON SI SA E’ UNA MALATTIA. (Lao Tzu)

Definire i nostri limiti, il confine oltre il quale non possiamo andare perchè non avremmo le forze fisiche, psichiche, cognitive, morali per proseguire, è sempre più difficile da tracciare.

Per l’uomo, il super-uomo moderno ammettere e riconoscere il proprio “non plus ultra” era un’imperdonabile atto di auto-accusa, una vergogna, un’infamia, un’ignominia in quanto ammissione di debolezza, di impotenza, di de-ficienza.

Per ciò, nell’era Moderna, era importante mascherare le proprie debolezze, fingere di non avere dubbi, incertezze, insicurezze.

Fingere di sapere anche quando non si sapeva il che rendeva arroganti, miopi, ottusamente manichei, integralisti.

Quando uno finge di sapere teme di trovarsi davanti, di doversi confrontare con uno che davvero sa. Quindi assume atteggiamenti aggressivi, patologici.

Diventa un malato perchè, da un lato, non riesce ad accattare se stesso, i propri limiti, la propria “finitezza”, le proprie fragilità. Dall’altro perchè viene colpito dalla struggente ed infida malattia dell’invidia, della gelosia, del rancore che lo devastano.

Nella fase transitoria della Tarda Modernità o Postmodernità, l’uomo diventa un essere debole, fragile, di vetro. Un soggetto, nel senso etimologico della parola sub-jectus (gettato sotto, assoggettato) al destino, al mondo, alla storia, agli altri, al caso…

Un uomo che non cerca neanche di sapere perchè è convinto a-priori di non poter sapere.

Uno sconfitto, un malato della propria debolezza.

Il suo “sapere” non è un sapere vero, è un deja’ vu, una coazione a ripetere, un rispecchiare ciò che il mondo dice.

Nella sua natura di specchio, non genera mai una realtà vera, ma sempre immagini di altri: un falso sapere che non nasce dal suo cuore, dalla sua mente, dalla sua anima…

A tale proposito è significativo lo spot attualmente on the air nel quale vari divi del passato, da Marilyn Monroe a John Lennon incitano all’originalità.

E che ne è dell’uomo di oggi, l’In-divisus? L’oltre-uomo che si sta affacciando all’orizzonte? Il protagonista del Wellthiness?

In cerca del benessere, della salute, della felicità che sono la sua salvezza, a differenza dei suoi due predecessori, l’In-divisus ha la consapevolezza delle proprie debolezze, cerca, con più o meno fatica, di tracciare i propri confini e, per quanto possibile, di non superarli.

Sapere di non sapere non è più un punto di arrivo inteso o come un vulnus da celare, secondo l’approccio Moderno; o come una situazione davanti alla quale arrendersi, gettare la spugna, secondo l’uso dell’io debole postmoderno.

Sapere di non sapere, il grande scio nesciam, la matura presa di consapevolezza di chi veramente siamo e l’accettazione di ciò.

Un gesto di amore limpido verso noi stessi che diventa la nostra forza.

Quindi è un punto di arrivo in quanto alla fine di un percorso di presa di coscienza, di auto-consapevolezza. Ma, nel contempo, è anche, socraticamente, un punto di partenza.

Il molo dal quale possiamo salpare per migliorarci, per cercare di capire noi stessi, il nostro mondo ed il mondo. Senza arroganza, senza supponenza. Umilmente, imparando ad osservare e non solo a guardare, ad ascoltare e non solo a sentire o a parlare. Mettendoci in ascolto di noi stessi e degli altri.

Sapere di non sapere è, dunque, un antidoto, un vaccino, una medicina, una pozione magica contro le pestilenzali malattie della supponenza, della prevaricazione, dell’invidia, della cattiveria, dell’egoismo, dell’indifferenza, della mancanza di rispetto, della violenza che siamo, più o meno consciamente,  costretti a  fronteggiare quando ci lanciamo nel folle e malsano volo al di là delle nostre colonne d’Ercole o quando ci lasciamo affondare dalla depressione, dal nichilismo, dal pessimismo.

“Scio nesciam” è il mantra dell’In-divisus, il desiderio che lo stimola ad andare sempre avanti, fermandosi a riflettere quando è necessario ed indispensabile.

È una filosofia, uno stile di vita, un modo di affrontare il mondo, di relazionarsi con se stessi e con gli altri.

Un modo per capirsi e per capire, per essere parte attiva e pulsante di un tutto sempre più interconnesso e complesso.

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2 Risposte to “SAPERE DI NON SAPERE E’ LA COSA MIGLIORE. FINGERE DI SAPERE QUANDO NON SI SA E’ UNA MALATTIA. (Lao Tzu)”

  1. carlo giove Says:

    Io infatti fingo di essere ignorante e analfabeta da tempo…Per me è una vera sofferenza supportare per tanto tempo.Ho ottenuto dei grossi risultati come molti commenti critiche e avvolte a più plauso.Questa è stata la mia diplomazia.Usare questa tecnica per attitare gente.Ci sono riuscito.Carlo Giove

  2. Mauriziotto Says:

    ho conosciuto una persona che è morto di fame e di inedia senza più essersi alzato dal letto perchè era giunto a questa conclusione.Infatti- diceva- se non si può sapere nulla è inutile cercare di sapere.Se il fine della via è la conoscenza che ti è nagata, è inutile la vita.
    ma forse il senso del sapere di non sapere non sta nella conoscenza.

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