LA FELICITA’ E’ UN GIOIRE QUIETO DURATURO PER PICCOLI EVENTI (Pam Brown)

La felicità del Wellthiness ha poco in comune con la visione massimalista della felicità tipica dell’era che ci siamo appena lasciati alle spalle.

Una felicità nata ed alimentata dalla stessa cultura americana, l’American Way che l’aveva posta alle sue fondamenta insieme alla vita ed alla libertà (life, liberty and pursuit of happiness, celebrandola con l’American Dream e l’American exceptionalism.

Una cultura abituata a celebrare la grandiosità, l’eccezionalità, la scenograficità, la suntuosità, l’eccesso, la spettacolarizzazione, lo chock…

La stessa che ha coniato il mantra “Big is beautiful”, che mira sempre più in alto, talvolta disprezzando chi, fallisce, chi cade, chi non riesce a raggiungere il successo.

In un simile contesto, anche la felicità doveva essere extra-ordinaria, grandiosa, sbalorditiva, sconvolgente, eccitante.

Pensare ad una felicità “ordinaria” era, apparentemente, troppo banale, in vero, troppo difficile perchè significava dover dare una nuova chiave di lettura a tutto il mondo, a tutta la vita.

Significava ammettere che, effettivamente, tutti potevamo essere felici e, soprattutto, che la felicità non si poteva mercificare, tradurre semplicemente in soldi, in oggetti, in prodotti, in merci da acquistare.

Con la crisi e la nascita della nuova era, l’era dell’Xpannow (EXPERIENCE-dell’esperienza, PAN-dell’olismo, della globalizzazione, dell’interconnessione, dell’empatia,…NOW-della durata, di internt, del 24/7, dell’augmented reality, dei social media…), il modello grandeur della felicità non è più un’esperienza sconvolgente, momentanea, folgorante.

Tende, invece, a spalmarsi sulla quotidianità, a frammentarsi in tanti piccoli pezzetti che cospargono la nostra esistenza.

La forza, il potere della felicità nell’era del Wellthiness, non è più la quantità, ma la qualità, non è la massa ma la somma di tanti infinitesimi punti che interagiscono, co-agiscono dando un effetto meno pirotecnico, meno visibile, ma più duraturo, più stabile, più permanente.

Ormai stanchi di grandi visioni, di eccitanti sogni, di ambiziose mete, dopo il nichilismo ed il pessimismo della postmodernità, che hanno piegato l’uomo su se stesso, rendendolo miope, impedendogli di alzare la testa dalla mera quotidianità, ora è iniziata una nuova era.

E la felicità ne è una parte integrante, costitutiva. Non è, però, più un must, un imperativo categorico, una causa, fonte di frustrazioni, di delusioni, di invidie e rancori, ma, piuttosto, un effetto, talvolta anche  sorprendente perchè inaspettato.

La felicità nel Wellthiness è un gioire quieto e duraturo, che deriva da una nuova sensibilità e sensorialità, ed un’inedita capacità di apprezzare, di mettersi in sintonia, di risuonare, con gli altri e con il mondo.

Un mondo che è un equilibrio tra la nostra interiorità e l’esteriorità, tra il benessere e la salvezza, tra il dovere e il piacere, e, per ciò è felicità.

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