MALATTIA E SOLITUDINE SONO AFFINI. ALLA MINIMA MALATTIA, L’UOMO SI SENTE ANCORA PIU’ SOLO DI PRIMA (Otto Weininger)

La malattia, per quanto minima e, apparentemente insignificante, è una fase della vita nella quale siamo costretti, nostro malgrado, a mettere in discussione e rivedere, in modo più o meno radicale, le nostre abitudini, le priorità, gli stili di vita, le relazioni con gli altri.

E, prima di tutto, dobbiamo rivedere il rapporto che abbiamo con noi stessi, con il nostro corpo, con l’immagine che abbiamo di noi e che vogliamo dare di noi agli altri.

In un momento così delicato e debilitante, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, diventa fondamentale non sentirsi menomati, isolati, abbandonati, segregati, stigmatizzati, dalla propria comunità, dai conoscenti, dagli amici, o, peggio ancora, dalle persone care, dai parenti.

Il legame tra malattia e solitudine è stato, a lungo, celebrato e propugnato, dalla società utilitaristica e materialistica, come naturale ed inderogabile.

Un’associazione che rinnega in modo radicale la più pura essenza della cultura occidentale sgorgata dagli insegnamenti cristiani della con-passione, del buon samaritano, dell’andare a trovare i malati nei quali Cristo si identifica, della smentita dell’idea veterotestamentaria della malattia come punizione divina per i peccati commessi.

A rendere  tutto più difficile è la logica della produzione per la quale quando uno non è più in grado di lavorare, di generare ricchezza, è emarginato, diventa un peso nella e per la società e, quindi, sarebbe meglio che venisse eliminato o, per non dovere poi averne la responsabilità ed il peso sulla coscienza, sarebbe meglio trovasse egli stesso il modo di auto eliminarsi, di scomparire, non solo dalla circolazione, segregandosi in ospizi, ricoveri, cliniche ma anche, dalla faccia della terra.

Un’affermazione terribile, quanto contraria ad ogni logica del rispetto della vita, il nostro bene di maggior valore.

La solitudine, nella malattia, si ingigantisce, diventa insopportabile, acuisce ed enfatizza la sofferenza, il dolore che da fisici diventano anche psichici, morali rendendo ancora più debole, fragile, esposto il malato.

Tante, troppe  volte, siamo stati abituati a sentire e vivere la malattia altrui come un peso, un onere, una disgrazia più per noi e per la società che se ne deve occupare e prendere carico economicamente. 

Fortunatamente, però, la società vera, va assai oltre tali cinismi e materialismo.

C’è un immenso numero di persone che, ogni giorno, si prendono amorevolmente cura non solo dei propri cari, parenti o amici, ammalati e sofferenti, ma anche di altre persone che, magari non conoscono nemmeno, ma che soccorrono e sostengono per il semplice motivo che non sono semplici malati, ma individui, uomini che meritano di essere amati e rispettati come tali

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