A DISPETTO DEL DOLORE RESTO INNAMORATO DI QUESTO PAZZO MONDO (Hermann Hesse)

Iniziamo con una rapida notazione di tipo etimologico che ha in sè qualcosa di affascinante e ci introduce al tema del post.

In latino il termine “quercia”, robur, roboris ha la stessa radice del termine uomo è vis, roboris… E se, come volevano gli antichi, nomen est omen, il nome dice qualcosa, indica  la natura di ciò che definisce,  l’uomo è maestoso, longevo, imponente, forte, tenace, vigoroso, fruttifico, come la quercia.

Entrambi sono fisicamente, metaforicamente, moralmente, esistenzialmente… “robusti” e, non a caso, anche qui la radice rimanda a robus…

Venendo alla frase di oggi, mentre preparo una conferenza sul Wellthiness e l’olio, sto rileggendo “Il canto degli alberi” di Herman Hesse, e vorrei condividere con voi qualche riflessione che mi hanno suggerito i vibranti versi della “Quercia spezzata”.

Un’intensa lirica che mostra come l’essere umano possa imparare dalla maestosa, possente quercia una grande lezione su come affrontare le difficoltà e le peripezie della vita.

Anche quando le peggiori avversità si abbattono sulla nostra esistenza, con tutta la loro inaudita violenza, la volontà e la tenacia sono due valori che ci aiutano a sopportarle a non desistere.

Benchè la vita possa offenderci, ferirci, noi non dobbiamo mai tradirla: è un dono che abbiamo ricevuto gratuitamente e, che, nella visione occidentale dove non si parla di Karma,  non abbiamo nemmeno meritato. 

Per tradirla ci sono molti modi che spaziano dal lasciarsi vivere, passivamente e fatalisticamente dagli eventi al rinnegarla nella sua più pura essenza giungendo persino ad annientarla.

Rimanerle fedele nonostante gli ostacoli, le sofferenze, i dolori, le malattie che ci infligge o che lascia si abbattano su di noi, nonostante il mondo cerchi di ferire a morte quanto di dolce, di tenero, di delicato c’è in noi, è una prova di coraggio, di tenacia, di volontà, di caparbietà, di amore verso il mistero stesso che è in noi.

Un mistero tanto massiccio da divenire invisibile, tanto silenzioso da essere assordante, tanto sublime da essere ineffabile.

Un mistero di fedeltà alla vita che ci induce, come un albero, a rimettere le foglie ad ogni primavera, di rialzarci ad ogni caduta, sempre più forti, sempre più innamorati del mondo, sempre più desiderosi di capire il nostro senso, il suo senso, il senso del dolore e della sofferenza, della malattia.

L’insegnamento di Hesse rimbomba nella società di oggi ed è una grande guida per l’In-divisus: è un monito a continuare ad alzare la fronte nella luce anche quando le tenebre paiono incombere, a non demordere anche quando potrebbe sembrare che non ci sia più speranza, a non tradire la vita che crediamo ci abbia, a sua volta, tradito, perché, invero, essa non ci tradisce mai, siamo solo noi ad allontanarcene…

Così la forza, la robustezza della quercia sono la forza. la dignità, la grandezza dell’uomo che resta franco, saldo davanti alla vita, guadagnando così la propria salvezza…      

Come ti hanno, albero, spezzato,

Come stai diritto nella tua stranianza!

Mille volte hai sopportato

Finché furono in te tenacia e volontà!

Io ti somiglio con le mie ferite,

Non ho tradito la vita offesa

E ogni giorno dalle asprezze subite

Alzo ancora la fronte nella luce.

Quanto c’era in me di dolce e delicato

Il mondo l’ha ferito a morte,

Ma la mia natura è indistruttibile,

Sono appagato, soddisfatto,

Paziente metto nuove foglie,

Sul ramo spezzato mille volte,

E a dispetto del dolore resto

Innamorato di questo pazzo mondo. (Herman Hesse)

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4 Risposte to “A DISPETTO DEL DOLORE RESTO INNAMORATO DI QUESTO PAZZO MONDO (Hermann Hesse)”

  1. Grazie Ada per questo post! Mi ha fatto meditare ed ho capito che non ci si deve mai gurdare indietro, ma guardare al domani sempre a testa alta, perchè c’è sempre Qualcuno che ci vuole bene e che ci aiuta. E forse è proprio giusto il proverbio: “aiutati che il Ciel ti aiuta!”. Sei fantastica.

    • Guardarci indietro è indispensabile per capire dove siamo, perchè siamo arrivati qui, dove stiamo andande o, per quanto possibile, dove vorremmo andare. Il passato è il nostro humus, il terreno che tiene salde le nostre radici, che nutre il nostro tronco presente e che genera i teneri virgulti ed i dolci frutti del futuro…
      Guardarci in dietro è giusto, è naturale, è umano…
      Fuggire nel passato, rimanervi intrappolati come splendide farfalle in una ragnatela è tradire la vita… ti pare? 😉

  2. Ti ringrazio della tua spiegazione, ma io intandevo che non bisogna piangere sul passato o rimpiangerlo. Quello che tu dici del nostro radicamento è esatto perchè fa parte della nostra vita, ma secondo me non deve diventare un’ossessione sia in bene che in male qualunque esso sia stato, è per questo che io penso si debba guardare al futuro affrontandolo a testa alta pronti a tutto quello che ci riserva. O sbaglio

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