COSI’ GRANDE E’ LA FELICITA’ CHE LEI HA SETE DI DOLORE, DI INFERNO, DI ODIO, DI STORPI, DI TERRA, DI QUESTA TERRA (Friedrich Nietzsche)

Felicità è la tensione che vibra e trascina verso l’alto l’era del Wellthiness.

 

La sua grandezza è nel fatto che impregna tanto le piccole narrazioni domestiche, della quotidianità quanto le macrostrutture dell’universo.

A differenza delle dottrine orientali ipnotizzate da un basilare pessimismo, il Wellthiness crede ancora nella felicità e quindi, tenta di scoprirla in tutte le sue macroscopiche o nanometriche, molteplici manifestazioni. 

La frase di Nietzsche, concludendosi con un lapidario “Morale e religione sono vere nemiche della felicità”, potrebbe sembrare un atto di accusa contro le due grandi narrazioni che hanno plasmato per millenni la nostra Civilizzazione Culturale.

Ma, come sempre, è questione di prospettive.

Una religione dipinta spesso come repressiva ed oppressiva, oscurantista e persecutiva, una morale rigida e coercitiva, inibitoria ed eterodiretta, sono due realtà negative.

Nella loro scia la felicità sarebbe la parossistica brama che le guida rendendole bestie fameliche intente a produrre nelle creature il suo opposto per potersi auto-realizzare ed auto-sostentare.

Così, dolore, tristezza, morte, violenza, sofferenze… sarebbero ciò che rimane degli uomini dai quali un’invidiosa e rapace felicità ha estirpato ogni bene rendendoli terra…

Eppure anche la terra, la polvere ha una sua dignità, un suo destino, un suo significato in un mondo dove tutto influisce su tutto. 

Inoltre, nel paradigma del Wellthiness, la felicità non ha sete di uomini per infierire sulle loro serene esistenze succhiandone quanto vi è di buono e gettandoli nel baratro del dolore, dell’inferno, dell’odio, della vergogna.

La felicità vera, l’eudaimonia, non è il bottino depredato agli esseri che la esperivano ma il dono che viene elargito loro per sanarli.

La felicità autentica non ha sete delle anime pure, degli spiriti luminosi, delle menti appacificate, delle persone in armonia,  perché ne godono e la esperiscono di già.

Brama, invece, di trovare i più reietti, gli storpi, i miseri, i sofferenti, i malati. Li cerca perlustrando gli angoli più reconditi dei loro cuori, esplorando i meandri più labirintici delle loro menti, le propaggini più evanescenti delle loro anime.

Non ha sete di serenità per trasformarla in dolore, ma di dolore per alleviarlo con soffici fiotti di serenità. Non cerca i sani nel corpo, nella mente, nello spirito, perchè è già loro fedele compagna. Ma cerca i malati, i disperati, gli sconsolati per portare loro un po’ di sollievo, un po’ di luce, un po’ di speranza.

La felicità anela alla terra, alla parte più umana degli uomini per elevarla al cielo.  

La sua grandezza non è bruta potenza che, come sosteneva Weber, viene esercitata ad ogni costo.

Si tratta di empatia, di amore, di carità, di con-passione, di con-partecipazione. Per ciò, la felicità non è potenza ma potere.

Un dono che, chiunque ne disponga, non ne è geloso ma vuole con-dividerlo con i propri cari, con i propri amati o, persino con gli altri uomini, con chi non può, non riesce o, magari, non sa gustarla.

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