NON E’ QUANTO SI POSSIEDE MA QUANTO SI ASSAPORA A FARE LA FELICITA’ (Charles Spurgeon)

Le prove e le giustificazione del perché la felicità non si esaurisca con il ben-avere sono molteplici ed assai note.

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Il possesso ha sempre un  qualcosa di violento, di prepotente che, avvenendo a spese di altri, finisce con il creare un dominio ed una sudditanza, un padrone ed un servo, one-up e one-down.

Creando una disarmonia ed una dissonanza, non può trattarsi di un’esperienza di vera felicità.

La quantità di beni posseduti non è proporzionale alla quantità di felicità. Ciò è vero non solo nel caso delle ricchezze economico-finanziarie ma anche per quanto concerne i nostri tesori spirituali, intellettuali, morali, relazionali, culturali, creativi…

Chi ha il dono di un’intelligenza superiore, chi ha più potere, più carisma, chi ha una maggiore saggezza non è necessariamente più felice.

Come insegna la sociologia dei consumi e la psicologia correlata, un’ampia disponibilità di beni tangibili ed intangibili può disorientare, nauseare, spaventare e, quindi, invece di tradursi in una garanzia di maggiore libertà, autonomia o indipendenza, si riduce a una castrazione della felicità.

Per evocarla non è necessaria la quantità, l’eccesso, lo spreco ma qualcosa di particolare, di unico, di specifico.

Supponendo che la felicità sia un lucchetto che ci schiude le porte di un’esperienza psicologica, fisiologica, emozionale, spirituale, è inutile avere un mazzo con duecento chiavi tra le quali cercare l’unica in grado di sbloccare il congegno.

Sufficiente è una chiave, l’unica che inserita nel lucchetto ci dà la possibilità di aprire la porta della felicità

Qualcosa che stuzzica il nostro gusto, che flirta con la nostra sensibilità, che vibra all’unisono con la nostra anima, che rapisce la nostra mente, che intriga la nostra empatia con il mondo, con il prossimo e con noi stessi, dandoci la forza di raggiungere il piacere eudaimonico.

Ovviamente, però, i gusti variano tra le persone e nel tempo. Così ciò che oggi ci rende felici, domani potrebbe inquietarci, e quanto sentiamo come  fonte di felicità non è detto lo sia anche per gli altri.

Scardinando la fasulla convinzione che la quantità sia proporzionale alla felicità e rimettendo noi stessi, l’In-divisus, all’interno di una rete nella quale uno dei valori cardine è la misura e, quindi, anche il buon gusto, il Wellthiness.

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