Con l’Effetto camaleonte empatizziamo le emozioni altrui

L’empatia è un architrave della struttura del nostro Wellthiness ma anche un importante strumento che ci consente di relazionarci con gli altri.

La “risonanza empatica”, che avviene tramite la comunicazione del nostro sistema di rappresentazione delle azioni con le regioni limbiche (emozionali) del cervello per mezzo dell’insulina, è il modo attraverso il quale riusciamo ad “empatizzare” con gli altri evocando la rappresentazione delle azioni associate alle loro emozioni.

Ossia, per capire ciò che stanno provando gli altri ne imitiamo le espressioni facciali.

Nella comunicazione non verbale è noto il potere del ricalco posturale  e dell'”effetto camaleonte”.

Si tratta di una tendenza automatica inconscia ad imitare la postura, le maniere e le espressioni facciali dell’interlocutore che consente di innescare una serie di meccanismi di empatia e, nel contempo, di dimostrare all’altro la propria sintonia facilitando le dinamiche della relazione stessa.

Vari esperimenti hanno dimostrato che quando incontriamo delle persone per la prima volta, siamo inconsciamente portati ad imitarne il comportamento motorio (sorridere, toccarsi il viso, battere il piede).

Altre ricerche hanno trovato che la mimica facciale motoria facilita l’interazione fra gli individui e ne aumenta l’apprezzamento reciproco.

Infine è anche stato provato a livello scientifico che le persone più empatiche sono le più propense ad avvalersi dell'”effetto camaleonte”.

Luigi Trojano, della Seconda Università degli Studi di Napoli, sostiene che la gente, a livello subconscio, imita gli altri per interpretare le loro emozioni.

Il suo studio è stato svolto su persone coscienti ma completamente paralizzate, che possono soltanto muovere gli occhi.

Trojano sostiene che “questo tipo di disabilià impedisce a queste persone di identificare le emozioni degli altri”

Il gruppo di ricercatori di Trojano ha chiesto ai pazienti ed a 20 persone sane di osservare le fotografie di 20 attori famosi con espressioni facciali che rimandavano alle sei principali emozioni (felicità, gioia, rabbia, paura, tristezza, disgusto) e di identificarne le emozioni stesse.

La ricerca ha dimostrato che i pazienti paralizzati hanno una particolare inclinazione verso la paura: il 57 per cento di loro ha attribuito alle immagini viste proprio tale emozione.

Inoltre, i pazienti sono anche più propensi ad interpretare non correttamente la rabbia, la tristezza ed il disgusto.

Trojano sostiene che l’impossibilità di imitare le espressioni facciali potrebbe essere la causa responsabile della loro incapacità di riconoscere le emozioni negli altri.

A sua detta per meglio capire le emozioni del prossimo è fondamentale che, a livello subconscio, noi ne imitiamo le espressioni, venendo a mancare un simile ricalco, non riusciremmo nemmeno a cogliere i reali stati d’animo altrui.

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