SE TENDIAMO ALLA FELICITA’ SENZA ACCETTARNE LA CONTROPARTE, CHE E’ LA TRISTEZZA…CI RIDUCIAMO A VIVERE UNA VITA A META’, PERCHE’ CI PRIVIAMO DI UNA PARTE CHE INVECE E’ ESSENZIALE ALL’ESISTENZA (E. Wilson)

Come l’aspirazione e l’inclinazione alla salute genera la sua distorsione che è il salutismo, e come la brama di benessere genera la cupidigia del ben-avere, quando ergiamo sul piedistallo ed identifichiamo nella felicità il nostro fine ultimo o la incoroniamo a valore assoluto, (s)cadiamo in una condizione patologica, parossistica.

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Ambendo ad una felicità totale, senza ma e senza se, univoca, monistica ed esclusiva, ossia non accettandone la naturale controparte della tristezza, rischiamo di cadere in una pericolosa spirale di fanatismo, di ossessionante e cieca rincorsa di un ideale tanto irrealizzabile quanto frustrante e fonte di pericolosi meccanismi depressivi o aggressivi. 

Considerare la tristezza alla stregua di un dis-valore, di un’esperienza completamente negativa o, come spesso accade, alla quasi fosse una malattia, ci pone in uno stato ansiogeno, di angosciante timore verso la tristezza.

Invero la tristezza è parte della vita e va accettata in quanto tale, non va negata o rifuggita ad ogni costo. Più ci sforziamo di sfuggirle, più essa ci raggiunge e ci avvinghia trascinandoci verso i suoi cupi meandri.

Quando impariamo ad accettarla ed a viverla come un’occasione per fermarci a riflettere, per ripiegarci su noi stessi così da rialzarci e ricominciare con nuovo slancio a protenderci verso la felicità, anche la stessa tristezza assume un altro volto.

Un profilo meno arcigno, meno duro e tetro, perchè è la controparte della felicità. E per apprezzare e godere la felicità è indispensabile l’esperienza della tristezza.

Dipingendo la tristezza come una malattia, la togliamo dalla “normalità” della vita, la rendiamo un’anomalia, una devianza e, quindi, non ne riusciamo a trarne i conseguenti benefici.

Ed, anzi, paventiamo di incontrarla lungo il nostro percorso e, quando ci si presenta davanti, ci angustiamo per cercare di combatterla, di sconfiggerla. Ci illudiamo, persino, di poterla anestetizzare, sedare, annientare, curare con farmaci o con i più improbabili rimedi sempre inefficaci e deludenti.

Rifiutando la tristezza come parte della vita e ponendo la felicità a valore unico ed ultimo ci riduciamo a condurre un’esistenza dimezzata, mutilata, privata di una parte le è essenziale per essere completa.

E ciò che non è completo, è sempre manchevole, sempre instabile, sempre in affanno, in tensione verso la quiete, verso la perfezione che non significa necessariamente immobilità, staticità, ma armonia, sinfonia, melodia… come lo è la felicità stessa.

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