TUTTO E’ RELATIVO. PRENDA UN ULTRACENTENARIO CHE ROMPE UNO SPECCHIO SARA’ FELICISSIMO DI SAPERE CHE HA ANCORA SETTE ANNI DI DISGRAZIE (Albert Einstein)

L’ammiccante quadretto di Einstein dipinge un paio di aspetti interessanti della felicità.

Prima di tutto sottolinea che la sua comparsa sottostà alla legge dell’ubi maior minor cessat.

Ossia quando ci troviamo davanti ad un male maggiore (la morte) il male minore (la sfortuna) scompare e, quindi, può dare spazio alla comparsa della felicità.

La felicità è, poi, uno stato non solo soggettivo ma anche estremamente volubile e variabile.

Ciò che la innesca in me qui ed ora potrebbe non generarla né in altri  né in me stesso in  un’altra situazione.

Per innescarla ci vuole una speciale alchimia di circostanze, di fattori esterni ed interni che ci pre-dispongano ad attivaci per attivarla.

In un ultracentenario, che crede, con rammarico, di avere i giorni o i minuti contati, potrebbe persino apparire un buon auspicio l’idea di sette anni di sfortuna.

Non per le disgrazie in sè, che, nel corso della sua lunga esistenza, non è improbabile abbia imparato a gestire se non a trasformare in occasioni propizie dalle quali trarre qualcosa di buono.

Ma per il fatto di avere ancora sette anni a disposizione.

Dunque, tutto è relativo.

Un altro spunto suggerito dalla massima del genio della fisica e della matematica, riguarda lo specchio e la superstizione.

Se è vero che quasi il 60 per cento degli italiani, sebbene non lo ammetta sempre apertamente, di fatto è superstizioso, è curioso ed interessante come simili atteggiamenti si stanno declinando nell’era del Wellthiness.

La superstizione è una costante nella cultura italiana che vanta origini pre-romane e,  nonostante secoli di tentativi di estirparla, rinnegarla, addomesticarla, assimilarla, da parte del cristianesimo, dell’illuminismo e del positivismo, sussiste imperterrita con il suo bagaglio di credenze.

Rituali, gesti, azioni più o meno bizzarre o stravaganti che racchiudono, nel loro intimo, storie antiche, origini che si sono perse nella notte dei tempi e che, comunque, conservano, attorno a sé un’aura di mistero in grado di invocarne il rispetto, il tacito consenso suscitato dalla condivisione, dalla tradizione…

Non di rado il Wellthiness si deve confrontare, in tutte le sue componenti del benessere, della salute e della felicità, proprio con la superstizione.

Finchè si tratta di credenze popolari che rimangono sul piano del gioco, dell’innocente costume, della sana pratica abituale (non buttare il sale per terra, non passare sotto le scale aperte…) possono essere divertenti, pittoresche.

Ma quando assumono un aspetto patologico trasformandosi in ossessioni o quando qualcuno se ne serve per colpire le debolezze di altri a fini di lucro, allora il discorso diventa serio, serissimo, molto preoccupante ed inquietante.

Un fenomeno che merita una costante attenzione e che diventa tanto più delicato quando va ad intaccare la sfera della salute, della malattia, della speranza, della vita e della morte.

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