CI VUOLE PIU’ CORAGGIO PER SOFFRIRE CHE PER AGIRE (Soren Kierkegaard)

La logica di una società impostata sulla competizione, il  successo, l’arrivismo, il guadagno, la soddisfazione, l’edonismo vuole che il coraggio si misuri in termini di capacità di raggiungere i propri obiettivi economici, professionali, politici, economici, di piacere.

Coraggio, nell’epoca che ci stiamo lasciando alle spalle, era compiere investimenti spericolati in borsa sperando di guadagnare fortune, o mettersi alla prova cercando di superare i propri limiti fisici cimentandosi in sport estremi, di invischiarsi in esperienze funamboliche di ricerca di piaceri sempre più forti, sempre, più intensi, sempre più trasgressivi e strabilianti.

In tutte le prove di coraggio che popolano il recente immaginario collettivo sullo sfondo c’è sempre un tentativo di sfidare la morte.

Una sfida che vede l’uomo pieno di sè, sicuro, spavaldo, aggressivo, convinto di essere sempre vincente, che si mette in gioco in una situazione che prevede solo due esiti, drastici ed opposti: o la vita o la morte.  

Niente sfumature, perchè per essere accettati, per essere vincenti, non ci sono mezzi termini.

Ma nella dimensione del Wellthiness, il coraggio assume molte diverse sfumature.

In quanto ciascuno di noi è responsabile, davanti a se stesso, prima ancora che davanti agli altri, della propria salute, c’è un coraggio di agire. Un coraggio di agire in modo positivo, di impegnarci nella prevenzione.

Ma il vero coraggio è un altro.

Il coraggio di soffrire.  È un’esperienza molto intensa ed impegnativa.

Accettare una malattia, affrontare il dolore, imparare a convivere con la sofferenza, riuscire ad accettarsi per ciò che realmente si è, una creatura debole, fragile… non è facile.

Sarebbe, talvolta, più semplice pensare di troncare, di smettere di patire, vagheggiare persino la morte.

Sì, la morte, l’eutanasia, l’aborto, il suicidio sono spesso, in una società edonista, la soluzione più rapida ed immediata.

Una soluzione talvolta mossa da disperazione vera, da un’incapacità di sostenere ulteriormente la gravità delle circostanze. Qui il gesto estremo potrebbe, eventualmente, avere una sua ragionevolezza anche se è sempre un modo per rinnegare il progetto che abbiamo in noi, il nostro destino, la nostra essenza, il nostro essere nati per la vita, non per la morte.

Ma ciò che è più sconcertante è chi, non è minimamente disposto a tollerare nessun tipo di sofferenza, nessuna malattia, nessun dolore e, piuttosto, vi preferisce la morte.

Il coraggio di soffrire è il coraggio della quotidianità, di sbocciare in un terreno impervio, di germogliare nonostante il dolore circostante, di trovare la forza in sé, negli altri per proseguire nel proprio cammino non lasciandosi sopraffare o incantare dalle facili logiche ispirate dal materialismo o dall’edonismo imperanti. 

Il coraggio di soffrire va assai al di là del coraggio di agire.

È il coraggio di reagire, di agire in risposta a qualche difficoltà, a qualche patimento, a qualche menomazione per affermare la nostra superiorità, la nostra dignità in quanto esseri umani, in quanto creature destinate alla vita ed, in ultima istanza, al benessere, alla salute, alla felicità, alla salvezza… al Wellthiness.

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