SOLITARIO: UN UOMO IN MEZZO A NIENTE. SOLO: UN UOMO IN MEZZO A TUTTI (Matteo Salvatti)

La solitudine è un malessere o un benessere, a seconda del nostro modo di relazionarci con noi stessi e con gli altri.

Quante volte ci sentiamo soli pur essendo attorniati da folle di persone?

Il paradosso dell’essere un volto della massa, un individuo che si sente come una bolla chiusa in se stessa ed incapace di comunicare con altrettante bolle, inesplorabili, impenetrabili che galleggiano in uno sterile liquido amniotico di una società fredda, egoistica.

Non pochi anni addietro l’immagine con la quale veniva rappresentata la nostra epoca era di una società di individui, di monoliti a sè, privi di legami o di alcun tipo di comunicazione vibrante, emozionale, empatica.

Essere soli implica sentirsi soli ed è, paradossalmente, più facile vivere una simile esperienza quando si è attorniati da altre, da molte persone che quando non si ha nessuno.

Ci rendiamo conto di essere soli quando ci sentiamo isolati, trascurati, fuori dal gruppo, fuori dalla rete di qualunque tipo essa sia emozionale, cognitiva, sensoriale, informatica, economica…

Proviamo il desolante senso della solitudine quando vorremmo poter comunicare con gli altri, desidereremmo condividere con il prossimo, le nostre emozioni, i nostri pensieri, i nostri interessi, le nostre passioni, ma per un qualche motivo non riusciamo a portare a realizzare la nostra aspettativa.

Solitario è, invece, chi crea il vuoto attorno a sé. Non è detto che essendo solitari si sia o ci si senta anche soli.

Spesso la nostra società ci induce a crederlo ma, invero, non è così.

C’è una forma di isolamento fisico che è indispensabile e può avere anche molte valenze positive.

Pensiamo agli eremiti, agli anacoreti, ma anche a noi quando abbiamo bisogno di staccarci fisicamente dal mondo, di tagliare per un determinato periodo i legami con tutto il resto per riflettere, per incontrare il nostro io, per esplorare la nostra essenza più profonda e vera.

Essere solitari non vuol dire essere soli. Quando fuggo nel mio pensatoio in montagna, in un magico luogo fuori dallo spazio e dal tempo, non mi pesa la mia condizione di eremitaggio fin tanto che non la vivo e la percepisco come una forzatura, una segregazione dai legami affettivi o lavorativi.

La condizione di solitario può essere una scelta, un’opportunità, un’occasione con una connotazione estremamente positiva ed avvincente.

Ma quando siamo solitari non vuol dire che siamo anche soli: i fili che ci collegano alla società, alla rete, ai nostri simili continuano ad esserci ed, in ogni momento, possiamo riattivarli: dipende da noi

Diverso è, invece, quando, mancano del tutto i legami e non siamo in grado, per vari motivi, di istaurarli malgrado le centinaia di persone che potrebbero intersecare la nostra orbita.

Si tratta, dunque, di due realtà molto diverse tra loro e che spesso vengono confuse.

L’essere solitario non genera necessariamente stati di malessere,  di depressione, di tristezza. Si tratta perlopiù di una condizione fisica. 

Invece, la solitudine  ha una valenza prima di tutto emozionale, sociale, relazionale, psicologica che ci porta alla depressione, alla mestizia, al senso di abbandono…

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Una Risposta to “SOLITARIO: UN UOMO IN MEZZO A NIENTE. SOLO: UN UOMO IN MEZZO A TUTTI (Matteo Salvatti)”

  1. io sono un ultras e un solitario………..merito di stare da solo kn gli altri nn c so stare……

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