IO HO QUEL CHE HO DONATO (Gabriele D’Annunzio)

Il donare, il dono, l’oblatività sono una testata d’angolo nell’esistenza dell’essere umano in generale e della nuova generazione che si sta affacciando all’orizzonte.

Dopo decenni di un’ideologia calcolatrice, avida, utilitaristica, che aveva come filosofia e metro di parametro nulla più del do ut des,  del ben-avere e di analoghe logiche compensatorie, ipotizzare la gratuità, il dono, pare quasi paradossale, folle, inconcepibile, inammissibile. A che pro? A che giova? Quale è il tornaconto?

Eppure c’è un numero crescente di fenomeni che testimoniano il dilagare della cultura del dono, dell’oblatività.

La casistica va dalla smisurata e costante crescita del volontariato, in tutte le sue varianti (impegno filantropico-sociale, ambientale…), sino alla cultura della condivisione delle proprie capacità e professionalità a titolo di piacere personale (amatori che suppliscono al lavoro degli scienziati della NASA nell’analisi dei dati inviati dalle sonde spaziali…) o la cultura del free promossa dal Web 2.0, 3.0, 4.0…

Affermare che si ha quanto si ha donato potrebbe sembrare, a sua volta, un paradosso, ma solo se ci poniamo in una prospettiva moderna o postmoderna.

Nella nuova visione, di una società empatica, invece, ha un suo senso ed una sua precisa ragione.

Distaccandoci dalla mera logica  del bilancino e della monetarizzazione, quando si dona qualcosa, specialmente quando è intangibile il tempo, l’affetto, la solidarietà… ciò che ce ne viene non è un tornaconto necessariamente materiale. Anzi, è davvero raramente, un guadagno economico che ne abbiamo ma è uno ben superiore.

Donare è mettere in comune, con-dividere, con-patire. è offrire una parte della nostra vita, della nostra anima ad un altro o a molti altri senza pretendere niente in dietro perchè la nostra ricompensa è già nel nostro stesso gesto di dare agli altri.

Quel che abbiamo donato è un tesoro che accumuliamo negli altri, che ci mettiamo da parte senza sperare nessun tornaconto ma che, prima o poi, nel momento del bisogno, spesso si rivela un patrimonio infinito ed incalcolabile.

Il sorriso sincero, l’anima vibrante, la gratitudine, la gioia, la felicità, la riconoscenza di chi ha ricevuto il nostro aiuto, il nostro dono, il nostro conforto, il nostro sostegno sono il nostro possesso maggiore, unico e vero tesoro.

Un bene che è il Bene, un tesoro che è più luccicante di qualsiasi pietra preziosa, più prezioso dell’oro più puro, più raro di un inestimabile diamante… e, a differenza di tutte le varie ricchezze materiali, non si svaluta mai, non rischiamo mai di perderla, di venirne scippati…

Si tratta di doni delicati, rari ed inebrianti come fiori che porgiamo agli altri ma che, nel contempo, rivolgiamo anche a noi stessi perchè ci permettono di realizzare la nostra intima essenza, il nostro dover essere.

Ci permettono, dunque, di essere noi stessi fino in fondo, di realizzarci, di raggiungere la felicità ed, in un certo senso, anche la salvezza. 

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