LE COSE CHE CONTANO NON SI POSSONO CONTARE (Albert Einstein)

Nella mentalità quantificante, razionalizzante ed un po’ anche mercificante, ci siamo abituati a dare un prezzo, a pensare o tentare di misurare tutto.

L’ambizione del positivismo di ridurre la realtà a numeri e formule è sicuramente affascinante ma abbastanza improbabile.

Invero, come possiamo pensare di trasformare l’amore, l’intuizione, la creatività, le sensazioni, le emozioni, l’unicità e l’imprevedibilità dell’essere umano in una regola matematica, uno schema universale, valido per tutto e per tutti, sempre e ovunque?

Da secoli gli studiosi dibattono sull’argomento e, le parole di Einstein, il genio della scienza, sono illuminanti.

Per un caso curioso, ma non troppo invero, tutto ciò che ha più valore, che “conta” di più nella nostra esistenza, finisce per non potere essere quantificato e contato.

Tra gli altri motivi che rendono pressochè impossibile l’impresa c’è la componente soggettiva, personale delle esperienze in questione.

L’amore che proviamo per una persona è unico ed irripetibile e varia di giorno in giorno, di momento in momento.

Incalcolabile è il peso dell’amicizia e di un sorriso, di un gesto di carità e di una parola di conforto, della felicità che ci avvolge e della speranza che ci sprona.

I valori nei quali crediamo sono inestimabili così come lo è il meraviglioso patrimonio che è la nostra intelligenza, il tesoro con tanta difficoltà accumulato della nostra saggezza, il nostro bagaglio culturale e la sapienza…

Un altro aspetto curioso è che quando qualcosa conta per noi, non importa se, quantitativamente ed oggettivamente posa apparire o, davvero, sia poca o tanta: per noi è sempre infinita. Lo stesso dicasi per il suo valore.

Un bacio, una carezza, un sorriso sono piccoli, fugaci, in apparenza insignificanti gesti, eppure in determinate circostanze, dati da particolari persone sono un’esperienza impagabile, incommensurabile, sublime.

Simili esperienze non si possono contare anche perché, quando, con le nuove tecnologie, riusciamo a definire, con impeccabile precisione, quanti neuroni sono attivati da un’emozione, il preciso numero non ci dice niente delle sensazioni, dei ricordi, delle speranze, delle aspattative, delle passioni che la rendono un’esperienza unica ed irripetibile.

E, misurandola di nuovo, sebbene lo strumento rilevi il medesimo dato, chi avrebbe il coraggio di sostenere che sia la stessa esperienza di prima?

Non fosse altro che per il fatto che ha la precedente alle spalle, essa è diversa, è un’altra… quindi andrebbe calcolata in modo del tutto inedito…

I razionalisti, i positivisti storcono il naso ad una simile posizione e tacciano chiunque la sostenga di soggettivismo, di rapsodicità, di non scientificità… in un certo senso, nella loro ottica, hanno ragione. Ma la loro impostazione, però, è bene non scordarlo, non riesce più a calcolare, a misurare un  mondo sempre più complesso e si sta arrendendo alle evidenze della necessità di rivedere l’intero paradigma positivista accettando nuove logiche, nuove idee.

Dire, dunque, che le “cose che più contano, non si possono contare” è proprio la presa di coscienza dello scarto che, inevitabilmente, si crea tra la teoria, intesa in senso classico, scientistico, illuministico-positivista, e la vita, la realtà, il mondo di tutti i giorni nel quale viviamo, amiamo, sogniamo, speriamo…

E proprio in un simile spazio si materializza anche l’abisso che c’è tra chi confonde il benessere con il ben-avere, di riuscire dare a tutto e tutti un valore economico, mercificandolo, di chi si illude di potere, così, comprare qualsiasi cosa o persona con il denaro e che sia sufficiente un po’ di soldi per acquistare la felicità o essere felici… 

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