IL BAMBINO CHE NON GIOCA NON E’ UN BAMBINO, MA L’ADULTO CHE NON GIOCA HA PERSO PER SEMPRE IL BAMBINO CHE HA DENTRO DI SE’. (Pablo Neruda)

Nell’ansia da prestazione che ha ossessionato la società stressata ed arrivista in via di tramonto, quanti bambini sono stati costretti da genitori a rinunciare al sano gioco per imparare tre lingue, per riuscire a suonare due strumenti e per essere in grado di giocare a calcio, basket, pallavolo, a tennis…?

Povere creature private della fantasia, dell’immaginazione, dell’immenso piacere di crearsi amici immaginari, di credersi cavalieri, eroi, principesse, dottori,…

Un bambino che non può o non sa giocare non è un bambino: è un essere frustrato, mutilato e lo è tanto nei paesi del terzo mondo, dove non avendo nulla da mangiare non ha nemmeno la forza per giocare, quanto nel mondo evoluto, quando si abbruttisce ed isola davanti alla tv, al pc, alla playstation o è costretto a seguire una frenetica agenda di corsi, impegni, allenamenti quotidiani .

Ammesso tutto ciò, la situazione di un adulto che non gioca è, in un certo senso, ancora più grave perché testimonia la scomparsa del bambino che c’è in ogni essere umano.

La sua estinzione significa che abbiamo perso  per sempre la fantasia, la creatività, la capacità di meravigliarci, di stupirci, di apprezzare le cose più semplici, le più genuine.

Significa che non siamo più capaci di godere le piccole bellezze della vita e, spesso, purtroppo, anche di essere felici.

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