ESITARE VA BENISSIMO, SE POI FAI QUELLO CHE DEVI FARE (Bertolt Brecht)

La nostra sicurezza dipende da molti fattori interi ed esterni. Dal nostro carattere all’atteggiamento che abbiamo nei confronti della vita, di noi stessi, degli altri, dal tipo di cultura ed ambiente nel quale siamo nati e viviamo ai valori che vi pullulano, tutto concorre a renderci più o meno sicuri, più o meno determinati nelle piccole e banali decisioni quotidiane così come nelle grandi prese di parte che possono o potrebbero cambiare la nostra esistenza.

Esitare non è, però, sempre e solo un segno di debolezza, di insicurezza, di pavidità, di passività, come molti l’hanno interpretato, ma può anche essere indice di una maggiore consapevolezza degli effetti del nostro gesto e, quindi, di un livello maggiore di responsabilità, coscienza, moralità e maturità.

La scarsa risolutezza può sorgere di fronte ad una situazione fortemente ambivalente nella quale siamo costretti a scegliere tra due realtà che sono, almeno ai nostri occhi, sullo stesso piano, che sono due paritetici bene o male. Talvolta le alternative sono banali e la decisione è semplice da dirimere, in altri frangenti può creare anche ansie, tensioni, angosce, rimorsi, crisi di coscienza… (l’amore dei genitori o l’amore del partner? In un incidente chi salvo prima il fratello o il figlio?…)

Allora intervengono altri meccanismi, altre dinamiche che esigono una riflessione, che chiamano in gioco i valori, i principi, l’educazione sulla quale abbiamo costruito la nostra vita, il nostro modo di relazionarci con gli altri, la nostra capacità di entrare in sintonia con il prossimo, la nostra empatia.

Esitare, dunque, positivo finchè non ci blocca, non ci immerge in una spirale infinita di negatività dalla quale non riusciamo ad emergere più forti di prima e con una maggiore consapevolezza.

Ossia, l’indugiare auspicabile non deve impedirci di compiere il nostro dovere, ammesso che, come più volte si è detto, nell’In-divisus il dovere coincide, spesso, con il piacere e con il volere. Ancora una volta la triade dovere-potere-volere si dimostra alla base della nostra esistenza, dei nostri comportamenti, del nostro modus agendi ed operandi.

Ritornando alle radici della cultura occidentale, nella sua componente illuministica, non possiamo scordare che, proprio sull’esitazione, il grande filosofo Cartesio ha basato la sua dimostrazione del nostro esistere: il cogito ergo sum (penso, dunque esisto), in un certo senso, nasce da un dubito ergo sum (esito, dubito, quindi esisto).

Il dubbio metodico e sistematico è da ricercare quando esprime ed implica una riflessione, una presa di consapevolezza, una scelta responsabile e ragionata che, inevitabilmente, generano una qualche forma di benessere, di compiacimento, di soddisfazione se non, anche di felicità.

Per riuscirvi deve evitare di assumere una veste patologica di scetticismo radicale, totale, a sua volta sistematico, che ha come unico esito la distruzione, il negazionismo aprioristico, il pessimismo e, persino, il nichilismo destinati, in sè, ad impedire ogni azione, ogni mossa, ogni scelta, se non una volta al nulla, all’annientamento.

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