Allarme grassi idrogenati: attenzione alle etichette ingannevoli

Attualmente è molto difficile conoscere il valore nutrizionale degli alimenti. Lo sapevate che quando prendiamo in mano un prodotto pubblicizzato come privo di grassi trnas o olii idrogenati, possiamo, comunque, ingerire una notevole quantità di tale sostanza potenzialmente dannosa?
Un articolo Eric Brandt della Case Western Reserve University School of Medicine, pubblicato nel numero di gennaio / febbraio 2011del Journal of Health Promotion, rivela che, nonostante sulle etichette approvate persino dal guardingo e severo organo statunitense della Food and Drug Administration (FDA), ci sia scritto che i prodotti sono senza grassi trans alcuni ingredienti possiamo, comunque, ingerire, cibandoci dell’alimento in questione, molti grassi trans nocivi.
L’incapacità e l’impossibilità per noi consumatori di identificare i cibi a rischio elevato può portarci a superare il valore raccomandato giornaliero di 1,11 grammi di grassi trans ingeriti ed avere, a lungo termine, effetti collaterali dannosi sulla nostra salute.
Specialmente in USA , l’eccesso di assunzione di grassi trans è un problema noto di sanità pubblica.
Le più importanti organizzazioni sanitarie nazionali, come il US Department of Health and Human Services e American Heart Association, suggeriscono di ingerire un limitato quantitativo di grassi trans.
Tuttavia, l’attuale protocollo FDA per le etichettature e le politiche correlate, impediscono ai consumatori di sapere con precisione la vera quantità di grassi trans contenuti nei prodotti alimentari.
La legge in USA prevede che il contenuto di grassi superiore a cinque grammi debba essere esplicitato specificandone gli incrementi di un grammo, mentre, per le quantità inferiori di cinque grammi gli incrementi da segnalare sono nell’ordine di 0,5 grammi, e, nei casi di prodotti con un quantitativo inferiore a 0,5 grammi, si considera un contenuto zero di grassi.
Ossia, se un cibo ha 0,49 grammi di grassi trans, l’etichetta può dire che non ne contiene, mascherando così una notevole quantità di grassi trans che ingeriamo e che, pertanto, possono superare i limiti raccomandati e potenzialmente negativi per la nostra salute.
Il consumo di grassi idrogenati è correlato all’aumento del rischio di contrarre malattie coronariche, diabete ed infarto.
Poiché, come già ricordato, la quantità giornaliera raccomandata di grassi trans da prodotti alimentari trasformati è solo 1,11 grammi, basta che consumiamo anche pochi prodotti con un’etichetta ingannevole per superare la dose suggerita.
Gli studiosi hanno calcolato che è sufficiente consumare tre prodotti non etichettati in modo trasparente (ad esempio tre porzioni di alimenti con 49 grammi di grassi trans per un totale di 1,47 grammi), per essere già oltre il limite consentito di grassi trans.
Nonostante possa sembrarci una piccola quantità di grassi trans da ingerire, le ricerche dimostrano che aumenta ogni giorno il consumo di grassi trans dal 0,9% al 2,1%, o da due grammi a 4,67 grammi, genera un incremento del rischio di malattie cardiovascolari pari al 30%.
Nello sforzo di aderire alla sua missione ed alla responsabilità di “aiutare il pubblico ad ottenere informazioni accurate e basate sulla scienza, per utilizzare in modo corretto i farmaci e gli alimenti per mantenere e migliorare la propria salute”, è stato chiesto alla FDA di rivedere il suo protocollo di etichettatura al fine di prevenire il fatto che la gente riesca a non cadere nell’errore di consumare più grassi trans del dovuto. 
Il cambiamento proposto accrescere la consapevolezza del preciso contenuto di grassi trans negli alimenti ma anche tutela nei confronti di scelte alimentari informate ed è una garanzia per il miglioramento della salute pubblica.
 
 
MA DOVE TROVIAMO I GRASSI IDROGENATI?
Purtroppo, la risposta è poco gratificante perchè si trovano in un’ampia varietà di cibi che spaziano dalle patatine fritte alle merendine ai biscotti oltre alla margarina che molti di noi utilizzano quotidianamente.
 
QUALE E’ LA SITUAZIONE IN ITALIA?
Mentre in California ed Oregon si stanno prendendo provvedimenti, da noi “la situazione è diversa”, secondo Laura Rossi, ricercatrice dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, “perché da noi non esiste una specifica normativa in materia, e le aziende non sono obbligate a specificare il contenuto dei trans nei loro alimenti. Vero è che alcune marche virtuose hanno deciso di dotarsi autonomamente di un codice di condotta in materia e specificano l’assenza di queste sostanze”.
ALLORA COME POSSIAMO DIFENDERCI DAI GRASSI IDORGENATI?
Non possiamo, dunque, tutelarci di fronte ai grassi trans?
“Non come negli Stati Uniti, ma possiamo preferire quei prodotti dove l’etichetta è più esplicita, o diffidare dagli alimenti in cui vengono indicati “acidi grassi idrogenati” o “acidi grassi vegetali”, termini sotto cui più genericamente si possono nascondere i cosiddetti “trans””, prosegue  a spiegare Rossi.
E in Italia come funzionano le etichettature? C’è una quantità, espressa entro la quale tali sostanze possono essere più o meno dannose per l’organismo?
“Non  per il singolo prodotto, dato che i grassi trans vengono usati in quantità minime. Per fare un esempio, il problema non è nell’alta presenza di trans in una sola merendina, ma nel caso in cui di merendine se ne consumino tre o quattro al giorno”.
QUALI SONO I PRODOTTI PIU’ A RISCHIO?
“Non è facile individuarli tra gli alimenti dolciari, proprio per la mancanza di una specifica regolamentazione in etichetta. Ma per quanto riguarda gli oli, sono da preferire quelli di oliva rispetto ai derivati dai semi, come quelli di girasole, o di palma”.
 
QUALI SONO LE PREVISIONI PER IL FUTURO?
Quali saranno i prossimi sviluppi nel campo? Ci sono iniziative a livello locale paragonabili ai divieti dei grassi trans nelle mense scolastiche? E soprattutto, si sta discutendo di una regolamentazione in etichetta?
“Rispetto agli Stati Uniti, da noi non ci sono ancora le pressioni necessarie per affrontare in modo sistematico il problema, e non sono state segnalate iniziative di alcun tipo, se non quelle spontanee dei singoli marchi. Una delle ragioni è che per l’industria gli oli idrogenati costano molto meno rispetto a quelli non trattati, e irrancidiscono più lentamente, consentendo al prodotto di conservarsi più a lungo”
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3 Risposte to “Allarme grassi idrogenati: attenzione alle etichette ingannevoli”

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