Nati per essere pessimisti?

Il pessimismo è una cifra molto marcata dell’ormai sfumata era di transizione, la cosiddetta Postmodernità.
La presenza di atteggiamenti e comportamenti negativi ha profondamente segnato gli anni che ci siamo lasciati alle spalle contribuendo in nodo significativo ad aggravare la percezione delle gravi crisi (economica, politica, sociale, valoriale…) con le quali ci siamo dovuti confrontare.
 
 
Ma che cosa è il pessimismo? Si tratta semplicemente di uno stato d’animo, un atteggiamento oppure c’è qualcosa di patologico alla sua base?
Alcuni scienziati stanno cercando di svelarne il mistero.
 
Alcuni di noi sono nati per essere pessimisti, afferma uno compiuto dai ricercatori dell’Università dei Michigan.
Gli scienziati hanno scoperto che la quantità, nel nostro cervello, di una molecola chiamata neuropeptide Y (NPY), influenzano direttamente i nostri atteggiamenti nei confronti della vita e, quindi, se vediamo il “bicchiere mezzo vuoto” o “mezzo pieno”.
Chi ha minori livelli della sostanza è molto più negativo ed ha maggiori difficoltà ad affrontare le situazioni stressanti. Pare, inoltre, che sia persino più suscettibile alla depressione.
Il team di ricerca ritiene che la quantità di NPY nel cervello è geneticamente programmata e spera che la scoperta possa portare ad una diagnosi precoce e di prevenzione delle malattie psichiatriche.
Usando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), gli scienziati hanno scansionato l’attività cerebrale di un certo numero di volontari mentre visualizzavano  parole neutre (come “materiale”), parole cariche di valenze negative(come “assassino”) e positive (come “pieno di speranza “).
In risposta ai termini negativi, i soggetti con bassi livelli di NPY hanno mostrato una forte attivazione della corteccia prefrontale, che è l’area del cervello coinvolta nel processamento delle emozioni, mentre i soggetti con elevata NPY hanno dimostrato una risposta molto meno significativa.
In un secondo test, i soggetti sani hanno comunicato le loro esperienze emotive nel corso di una situazione stressante.
Gli scienziati hanno iniettato a loro, nel muscolo della mandibola una soluzione salina, che produce un dolore moderato per 20 minuti, ma nessun danno durevole.
L’intensità del dolore è stata calibrata su ogni persona in modo tale che venisse considerata, da ciascuno, ad un livello quattro su una scala da uno a 10.
Ai partecipanti all’esperimento e, poi, stato chiesto di valutare la positività o la negatività dei propri sentimenti, prima e dopo il dolore.
Le persone con poco NPY sono state più negative sia prima che dopo avere provato il dolore – nel senso che sono state più colpite a livello emotivo, sia perchè hanno anticipato il dolore sia riflettendo sulla loro esperienza subito dopo.
Infine, gli scienziati hanno confrontato i livelli di NPY con la presenza nei soggetti di disturbi depressivi per vedere si vo fosse uns qualche relazione tra la depressione stessa e la scarsa presenza di NPY.
Ed, in effetti, è risultato che chi ha poco  NPY è anche più probabile che soffra di depressione.
“Ci auguriamo che questo risultato ci possa consentire di dare una migliore valutazione del rischio individuale di sviluppare stati di depressione e ansia”, conclude Brian Mickey, psichiatra e autore principale, della ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry.

Si tratta di un argomento molto delicato perchè, oltre ad avere degli eventuali risvolti patologici, ha un notevole impatto sulla nostra visione del mondo, sul modo nel quale ci poniamo di fronte alla nostra vita e ci relazioniamo con gli altri. Quindi il discorso è direttamente legato al Wellthiness influenzando non solo la sua dimensione di salute ma anche il benessere e la felicità.

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