Lo spettacolo della morte viva nelle mummie di Palermo

Vanità e narcisismo, terror mortis e misteriosi segreti di mummificazione: quando l’uomo vede brillare l’inesorabile falce, da sempre, cerca una via di salvezza dell’anima o del corpo.

E, per mantenere il proprio Wellthiness anche una volta dopo il trapasso, alcuni si preoccupano solo della propria anima, senza troppo badare alle spoglie mortali, per altri, invece, è fondamentale conservare in modo appropriato anche il corpo.

Così, se certe religioni, come ad esempio l’induismo, prevedono la cremazione del cadavere, che non servirà più nella prossima incarnazione dell’anima in un altro corpo, altre religioni, altre, come il cristianesimo, ritengono che, nel giorno del Giudizio Universale, l’anima si ricongiungerà con il corpo, quindi è fondamentale conservare entrambi.

Infine c’è anche chi, per vari motivi, di tipo religioso, filosofico, o semplicemente umano, dà un’estrema importanza proprio al cadavere e, nell’estremo tentativo di preservarlo dall’inevitabile processo di corruzione, mette in atto una serie di strategie che vanno dall’avanzatissima ibernazione all’antichissima mummificazione.

E proprio in tale ambito affonda le sue radici il tema di oggi relativo ai circa 8.000 cadaveri, in stupefacente stato di conservazione, che popolano un macabro, quanto impressionante, scenario di un occulto luogo nel profondo cuore siciliano.

Qui è inevitabile riflettere sulla vita e sulla morte, sulla vanità umana e sul desiderio di salvezza, sull’innata tensione verso un più o meno imprecisato futuro ultraterreno e sulle vanità terrene, sul nostro attaccamento alla corporeità e sul significato che attribuiamo alle nostre spoglie mortali.

Il Convento dei Cappuccini di Palermo, altrimenti noto con il termine inappropriato di Catacombe, situato nel quartiere Cuba, poco al di fuori della cinta muraria, della capitale Siciliana, è un struttura che risale, probabilmente, al XVI secolo, edificata su una precedente costruzione ed annessa alla Chiesa di Santa Maria della Pace.

Inserito già da secoli nella famosa rotta del Gran Tour, come un luogo che non poteva non essere visitato e conosciuto dai grandi intellettuali del passato, prova ne è il passaggio anche di Guy de Maupassant non meno che la sconvolta testimonianza di Pindemonte nel suo carme imperituro “I Sepolcri”, la sua storia prende le mosse verso la metà del 1500.

Per inciso, i frati Cappuccini, sin dal loro sorgere, scelgono come ambito di apostolato gli ospedali, l’assistenza ai moribondi, e, non di rado, ai tempi, sono chiamati ad assistere gli eserciti sui campi di battaglia. Un rapporto diretto, dunque, con il mistero della morte, della sofferenza, del dolore, della povertà.

Il contatto con persone povere e senza nessun tipo di legame familiare, li costringe anche, una volta decedute, a prendersi cura delle loro spoglie mortali, seppellendoli e pregando per le loro anime.

I Cappuccini pare giungano a Palermo circa nel 1533 dove costruiscono proprio la piccola chiesa dedicata a Santa Maria della Pace, in memoria della pace stipulata tra due fratelli normanni, Ruggero e Boemondo.

Il luogo di sepoltura originario è, semplicemente, una fossa comune che, divenuta presto insufficiente a contenere tutti i corpi, dà modo ai frati di imbarcarsi in una mirabile opera di scavo, dietro l’altare maggiore, utilizzando, per altro, una serie di antiche grotte.

Esumando i 45 fratelli dalla prima sepoltura, i religiosi hanno la sconcertante sorpresa di scoprire dei corpi in un perfetto stato di conservazione.

Le cronache dell’epoca riportano che:

“…nel 1599, si fece la traslazione dei corpi dalla vecchia sepoltura alla nuova. All’apertura della fossa per recuperare le ossa, non si sentì nessun odore cattivo,  si ritrovarono 45 corpi di frati tutti sani ed interi a tal punto di essere riconosciuti, alcuni in particolare avevano i capelli e la barba, a guardarli sembravano che dormissero e non che erano morti da tanto tempo. Tale fatto fu così travolgente che il sagrestano dato che in quei giorni doveva venire il frate provinciale in visita; ritenne opportuno staccare la testa di uno di questi frati per porla in un vassoio per fargliela vedere…”

Il primo a venire inumato all’interno delle “catacombe” è proprio un confratello. Frate Silvestro Da Gubbio il 16 ottobre del 1599. La sua salma è la prima sulla sinistra all’ingresso.

Con il trascorrere del tempo, il numero di cadaveri da inumare nel nuovo spazio, inizia a crescere a dismisura, così i frati sono costretti ad ampliare ulteriormente l’area.

 Nel 1601 sono soprattutto i nobili a richiedere di venirvi sepolti, perché il processo di imbalsamazione è molto costoso. Ed il primo ad ottenere il permesso di alloggiare le sue spoglie mortali nell’insolito cimitero cappuccino è Don Carlo Firmatura. In seguito, con l’avvento di nuovi classi che possono permetterselo, iniziano anche a comparire persone di altre fasce ed ordini lavorativi.

Presto il luogo si affolla di un’interminabile schiera di  mummie, in piedi o coricate, vestite di tutto punto, divise per sesso ed appartenenza sociale. Ci sono, quindi, dai prelati ai commercianti e borghesi nei loro vestiti “della domenica”; dagli ufficiali dell’esercito in uniforme di gala alle giovani donne vergini, decedute prima di potersi maritare, con abiti da sposa; dai gruppi famigliari disposti in piedi su alte mensole, delimitate da sottili ringhiere simili a balconate ad un’ampia area dedicata ai bambini.

Ma quale è il segreto dell’imbalsamazione?

Molti studi anche recenti sono staati compiuti. Tra le altre testimonianze c’è il testo del Senatore di Palermo, Federico Lancia diBrolo che rivela come i cadaveri non più di 8 – 10 vengono introdotti in una stanza, distesi sopra una grata  di tubi di terracotta e chiuse ermeticamente le porte. Qui vi restano per circa otto-dodici mesi. In seguito vengono trasportati in un luogo ventilato coperto con una tettoia, dove, vengono lavati e ripuliti con acqua ed aceto, quindi rivestiti e collocati nella casse di legno o nelle nicchie lungo i corridoi. Rimagono qui solo se i parenti vanno a trovarli e portano loro la cera per tre anni consecutivi altrimenti vengono rimossi, secondo l’articolo 41 del regolamento emanato dal municipio di Palermo nel 1868.

Nel corso delle devastanti epidemie, si sviluppa una tecnica di conservazione dei cadaveri che prevede la loro immersione in un bagno di arsenico o di latte di calce, come dimostra il corpo di Antonio Prestigiacomo riconoscibile dal colorito rossastro.

Un altro metodo prevede il ricorso a farmaci di Solafia, adoperato per il cadavere della piccola Rosalia Lombardo morta il 6 dicembre 1920 e che ha ancora un sorprendente aspetto sano e naturale, ancora oggi a quasi 90 anni dal decesso.

Una serie di documenti verbali dell’epoca racconta che il cadavere dell’infante è trasportato nel cimitero affinché Solafia lo imbalsami, per poi e seppellirla altrove. Ma Solafia, iniziato il procedimento, non riesce a completarlo, a causa della sua prematura morte e, per una serie di eventi causali dei familiari della bambina, il corpicino è rimasto ai piedi dell’altare oggi dedicato a Santa Rosalia.

Gli studi scientifici sulla conservazione hanno registrato una svolta da qualche anno con l’impiego di raggi X e di appositi macchinari che, come spiega Albert Zink, direttore dell´Istituto per le mummie e l´Iceman di Bolzano, sono in grado di “indagare i processi di imbalsamazione e risalire anche alle cause della morte di questi soggetti, imbattendosi per esempio in metastasi tumorali, fratture ossee o traumi di varia natura. Siamo partiti da un campione limitato, ma l´intenzione è quella di affrontare tutte le mummie o almeno gran parte”.

Le mummie di Palermo, con le loro posizioni ed espressioni, naturali, con i loro corpi friabili e delicati, sono un’ulteriore testimonianza concreta del profondo mistero che lega la vita e la morte, il corpo e l’anima, la felicità contingente e la speranza di un’ancora maggiore felicità da trapassati, il nostro essere nell’aldiqua e il nostro futuro nell’aldilà, il nostro Wellthiness terreno ed il nostro destino ultraterreno.

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