Niente è impossibile: Marty Ravelette, l’eroe di una vita senza braccia

A volte le più piccole vittorie quotidiane sono i grandi motori della nostra esistenza nella vita, sono ciò che la arricchisce, che le dà un senso. Che ci dà un senso.

A volte i gesti più scontati e banali possono trasformarsi in un trionfo. Il trionfo della volontà, della determinazione, della vita contro tutto ciò che sembra opporvisi. Contro le ingiustizie e le sofferenze.

A volte gli ostacoli servono per renderci più forti, per tenerci vivi, per dimostrarci che, invero, nulla è impossibile, purchè lo si voglia davvero e lo si persegua con impegno.

A volte la natura ci sembra crudele, ingiusta, ma è il suo modo per insegnarci che, in fondo, non è la forma del nostro corpo, ciò che conta ma è il nostro animo, il nostro spirito.

A volte un eroe della quotidianità, della propria esistenza personale, un uomo “menomato”, un uomo nato senza braccia può essere così coraggioso da vivere una vita normale ed, anzi, da diventare un eroe salvando la vita ad altri.

Tali sono state le lezioni di Wellthiness ed è l’eredità che ci ha lasciato Marty Ravelette, un uomo nato e vissuto in modo normale pur essendo senza braccia.

Marty viene alla luce nel 1936. A differenza di molti altri con menomazioni fisiche dovute all’assunzione, da parte delle mamme, del micidiale farmaco Talidomide, i medici non riescono a dare spiegazioni del suo essere privo di braccia.

Dopo avere trascorso i primi 16 anni della sua vita in un apposito centro, al momento di iniziare il nuovo ciclo di studi, esce. Malgrado l’opposizione iniziale del responsabile della nuova scuola, dopo avere fatto un ricorso in tribunale, conquista il permesso di frequentarla e, quindi, di potersi istruire come tutti i coetanei.

Analogamente a molte alte storie di Wellthiness coniugato ad una situazione fisica di menomazione trattate in precedenza, dopo un periodo iniziale trascorso indossando arti artificiali più per compiacere gli schemi mentali dell’opinione pubblica, che per esigenze personali, Marty, su consiglio di un amico, toglie le protesi.

La sfida è ardua: è contro se stesso prima ancora che contro gli altri. Ma Marty riesce a vincerla. Vince l’intera miriade di piccole e grandi battaglie quotidiane che, in giovane età lo portano anche a vari periodi di crisi.

Così, dopo una fase nella quale si chiude in se stesso, accumulando frustrazione, rabbia, ira, per l’insensibilità della gente, impara ad accettarsi e a farsi accettare dagli altri, per ciò che è.

Presa la patente dell’auto, con non poche difficoltà causate, non dal non avere le braccia, ma dall’ottusità degli istruttori, un giorno viene fermato dalla polizia e multato per eccesso di velocità e finisce sul giornale.

Quindi una donna, anch’essa senza braccia lo vede, lo contatta e, nel giro di poco tempo, si sposano e dopo qualche anno divorziano.

Nel frattempo, Marty compie diversi lavori, eccellendo nel giardinaggio.

Affronta a muso duro le tante piccole sfide che lo spronano ad andare avanti, a non fermarsi. Infine trova un’altra donna che è la sua attuale compagna.

La vita riserva a Marty molte sofferenze ma anche varie altre sorprese, perché egli è convinto che il suo handicap non è una battuta d’arresto, è il suo modo di essere, è parte di sé, è chi è lui. Ogni passo nella sua vita quotidiana, dal vestirsi al mangiare, dal potare le piante al guidare il furgone, dal giocare con le nipotine all’usare la motosega, è stato un trionfo: Marty ha trattato ogni impegno, ogni compito in un piccolo passo avanti lungo la sua strada. Il suo esempio ci insegna ad accettare ogni sfida avendo più fiducia in noi stessi, avendo più fede.

Ma non è ancora tutto, Marty è anche un eroe pubblico perché, un giorno del 1998, passando lungo una strada, ha visto un incidente e, resosi conto che all’interno dell’auto coinvolta, c’è una donna, si prodiga per estrarla. Ci riesce e le salva la vita.

La notizia fa il giro del mondo e gli regala un po’ di notorietà.

Per una terribile ironia della sorte, Marty è poi morto proprio in un incidente stradale.

La lezione che Marty ci ha lasciato non è solo,o tanto che cosa è riuscito a compiere senza braccia, è molto di più. È che cosa potremmo noi, riuscire a fare se solo imparassimo da lui ad aver più fede, più fiducia in noi stessi perché, invero, nulla è impossibile ed il nostro benessere, la nostra salute, la nostra felicità, il nostro Wellthiness, spesso passano proprio dalle piccole-grandi battaglie che combattiamo ogni giorno, dalla loro vittoria che è prima ancora che contro il mondo esterno, contro noi stessi, contro le nostre paure, contro il nostro intimo dimore di non essere in grado, di non riuscire, di non potere, di non essere degni, di non essere, di non accettare e volere a tutti gli effetti, ciò che, davvero, siamo.

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