Stravolgente scoperta: è proprio l’essere un volto nella folla a renderci unici

Ormai molti anni fa, un famoso sociologo pubblicava un libro destinato a diventare famoso, intitolato “Il volto nella folla”, dal quale, in seguito venne tratto anche un celebre film.

L’idea, poi ampiamente supportata, ribadita ed approfondita, dagli studiosi postmoderni, è che in una società sempre più allargata, sempre più di massa e massificata, l’individuo tende a scomparire.

Viene inghiottito da una folla anonima di persone che, al pari del soggetto preso in considerazione, è composta da esseri umani sempre più soli, isolati, ego-centrici, ego-riferiti, ego-isti.

Una simile situazione, oltre ad essere molto profittevole per chi detiene il potere, sembra schiacciare tutti dentro il mare magnum dell’anonimato, dell’eterodirezione, dell’asservimento morale, omologando tutti, eliminando le differenze sino a creare una massa informe di pecoroni insignificanti.

E, sempre per i (post)moderni, tanto più la società si diffonde, tanto minore è la possibilità di estinguersi o di mettere in risalto la propria unicità, la propria in-dividualità.

Una serie di studi interdisciplinari avanzati sta confutando tale ipotesi.

È vero che ci possiamo sentire persi quando siamo in mezzo alla folla, è vero che nelle grandi metropoli sembra regnare l’individualismo, l’indifferenza, la spersonalizzazione, ma un gruppo di scienziati sta rivoluzionando i vecchi schemi interpretativi affermando che è proprio l’essere parte di una folla a renderci unici.

Biologi Kimberly Pollard e Daniel Blumstein hanno attentamente esaminato l’evoluzione delle unicità e delle individualità personali a partire dalla registrazione delle vocalizzazioni di allarme di guardia all’interno di otto diverse specie di roditori che vivono in gruppi sociali di varie dimensioni.

La ricerca, pubblicata online sulla rivista Current Biology, ha messo in luce il fatto che la dimensione dei gruppi di appartenenza ha un impatto notevole sullo sviluppo dell’unicità individuale dei loro membri: “Più il gruppo di appartenenza è ampio, più, la voce di ciascun animale tende a differenziarsi ed ad essere unica e, quindi è anche più facile distinguere un individuo da un altro”, sostengono gli scienziati.

I risultati, ottenuti da un lavoro di sei anni compiuto da Blumstein, professore di ecologia e biologia evolutiva all’UCLA, e Pollard, che ha condotto la ricerca nel laboratorio dello stesso Blumstein, possono contribuire a spiegare un fatto essenziale per la vita quotidiana non solo dei vari animali sociali, ma anche quella degli esseri umani. Possono aiutarci a capire perché ognuno è diverso da tutti gli altri.

La ragione, spiegano i ricercatori, è dovuta ad una conseguenza del cosiddetto effetto “Where’s Waldo” (“Dove è Waldo?”) in virtù del quale è difficile identificare una persona all’interno di una folla, e, tanto più la folla è grande, tanto più è difficile identificare chi si cerca.

“Ma noi esseri umani, come tutte le altre creature sociali, non possiamo proprio rinunciare alla nostra unicità e distintività, soprattutto quanto più è ampio il gruppo nel quale ci troviamo. Dobbiamo essere ancora in grado di identificare i nostri amici, la nostra famiglia, i nostri avversari all’interno di quella folla”, spiega Pollard.

E tutte le specie che si devono confrontare con una grande folla di altri esseri simili a loro, hanno cercato di ovviare al problema-pericolo dell’anonimato e della perdita di identità differenziando le proprie voci che rendono ciascuno dei membri unico.

Così i ricercatori hanno trovato una proporzionalità diretta tra l’incremento nelle dimensioni della comunità sociale di appartenenza, e la facilità a riuscire a distinguere i singoli membri (animali o uomini che siano).

“Quindi, la natura ha risolto il problema del ‘Where’s Waldo’ dotandole creature fortemente sociali di una serie di caratteristiche più uniche rispetto ai simili, il che le aiuta a trovare i propri amici in mezzo alla folla”, ha concluso Pollard.

E se le specie sociali – come gli esseri umani- si sono evolute vivendo costantemente in gruppi sempre più grandi, il fatto appena scoperto potrebbe dare una spiegazione al fenomeno, fin ad ora ritenuto diametralmente opposto, della contemporanea evoluzione anche delle individualità personali.

“Di fatto, il numero di individui che ciascuno di noi deve riconoscere sembra essere in costante aumento, soprattutto in seguito alla globalizzazione ed alle nuove tecnologie che hanno aperto le porte ai social network e stanno destrutturando la società scardinando i tradizionali gruppi sociali, sempre meno definiti e sempre più incapaci di descrivere la situazione attuale. Questo fatto sta, probabilmente, aumentando la pressione evolutiva sulle nostre individualità”, ha detto Pollard.

“Questa ricerca ci aiuta, dunque, a spiegare qualcosa che è il cuore pulsante, l’essenza, il fondamento della nostra esperienza quotidiana: la nostra unicità come individui. I nostri risultati fanno luce sulle ragioni evolutive del perché siamo tutti così diversi”, ha concluso Pollard.

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