Tratta bene te stesso, non solo gli altri, e sarai più contento

Molti lo considerano una forma di narcisismo o di edonismo, nella loro versione originaria e patologica che, portati all’estremo, sfociano nel delirio di onnipotenza e nella lussuria in senso proprio e lato.
Invero la stima, l’amore, la considerazione ed il rispetto per noi stessi, oggi hanno un significato molto diverso, molto più intenso, molto più relazionale, simbiotico, olistico ed empatico nei confronti degli altri e del mondo, di quanto ci rappresentino luoghi comuni e stereotipi.
Il pericolo è di cadere, da un lato, nell’auto-indulgenza, dall’altro, in un eccesso di rigidità e di rigorosità. Detto con Freud, di metterci in balia del nostro Id, della nostra parte irrazionale e pulsionale oppure del nostro Super-ego. In entrambi i casi il risultato sarebbe negativo.
Invero, se dagli anni ’60, abbiamo assistivt al diffondersi di un progressivo lassismo, buonismo, edonismo, auto-indulgenza, non di rado non controllati, e dei quali stiamo pagando varie conseguenze nefaste.
 
Tuttavia, come il ribollente carnevale degli anni ’80 e l’austera quaresima degli anni ’90 dovrebbero averci insegnato, è indispensabile trovare un nuovo equilibrio tra rigidità e lassismo.
Una nuova ricerca ha esplorato l’area dell’auto-compassione (non auto-commiserazione o auto-indulgenza!) ossia di quanto ci vediamo gentili nei confronti degli altri.

Lo studio, condotto dagli esperti dell’Università del Texas ad Austin, dimostra che smettendo di commiserarci ed imparando ad accettare le nostre imperfezioni compiamo il primo passo verso un migliore stato di salute, di benessere e di felicità, quindi un migliore Wellthiness.

I ricercatori hanno scoperto che chi  ha punteggio alto nei test di “auto-compassione”, ossia chi è meno rigido con se stesso, è anche meno depresso ed ansioso, e tende ad essere più felice e più ottimista.

Per inciso, “compassione” deriva da cum-patire, patire, soffrire insieme, che implica una forte capacità di immedesimarsi, di mettersi nei panni dell’altro, ossia una forte dose di sensibilità e di empatia. 

Tuttavia, Kristin Neff, pioniere in questo tipo di ricerche, sostiene che la compassione verso se stessi non deve essere confuso con l’auto-indulgenza, l’auto-commiserazione o altri atteggiamenti analoghi di basso profilo.

“Ho trovato nelle mie ricerche che il maggiore motivo che spinge la gente a non essere più  auto-compassionevole, è che ha paura di diventare auto-indulgente”, spiega Neff.

“Le persone credono che sia l’essere autocritici, in senso negativo, ciò che consente a loro di essere disciplinati e che ‘li tiene in riga’. La maggior parte delle persone si sbagliano. Si comportano così perché la nostra cultura, dice di essere duri con noi stessi, questo è il nostro modo di essere.”

“Invero, l’auto-compassione favorisce la motivazione. Il motivo per cui non lasciate che i vostri bambini mangino cinque grandi vaschette di gelato è perché vi importa di loro. Con l’auto-compassione, se ti interessa te stesso, fai ciò che è sano per te piuttosto che ciò che quello che potrebbe esserti dannoso o pericoloso”, ha detto.

Per esempio, una risposta positiva alla dichiarazione “Disapprovo e giudico negativamente i miei difetti e le mie carenze” è un chiaro segnale di mancanza di auto-compassione.

Neff propone una serie di esercizi – come scrivere a noi stessi una lettera di supporto e sostegno, proprio come faremmo per un amico per il quale siamo preoccupati.

Pensi che nessuno è perfetto e il pensiero di passi che potete prendere per aiutare a sentirsi meglio su di te sono anche raccomandato.

Neff è convinta che si tratti di un ambito ancora nuovo di studi e di esperienze e che vada ancora esplorato per capire se l’insegnamento dell’auto-compassione porti effettivamente a ridurre lo stress, la depressione e l’ansia aumentando la felicità e la soddisfazione di vita.

“Il problema è che è difficile dimenticare le abitudini che ci trasciniamo da sempre. La gente deve sviluppare attivamente e consapevolmente l’abitudine all’auto-compassione”.

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