I 50 eroi dell’impianto di Fukushima

L’Imperatore stesso appare in televisione con un toccante appello ai sudditi ed al mondo intero chiedendo di pregare per tutti, ossia per le vittime del terremoto e dello tsunami, non meno che per i superstiti stessi.

Ad un mondo che si professa laico, nel momento della crisi, della paura, della desolazione e della devastazione, mentre la natura si rivolta contro l’uomo e la scienza non riesce a domare le sue invenzioni, l’unica soluzione che resta è che tutti abbassiamo umilmente la testa e ritorniamo a considerarci semplici creature. Creature capaci di riflettere, con un’anima ed un cuore, con dei sentimenti ed una ragione. Creature in grado di ammettere i propri limiti, i propri errori. Creature che sanno con-dividere, con-patire… empatiche.

E sono proprio tali sentimenti ed atteggiamenti, che spiegano il significato profondo del gesto di generosità e di coraggio dell’ammirevole manipolo di uomini che sta rischiano (per non dire esplicitamente, sacrificando) la vita per salvare migliaia, se non milioni di persone dalla contaminazione nucleare.

Alcuni li definiscono moderni kamikaze. Agli occhi del mondo sono già passati alla storia come eroi, martiri: sono i volontari della centrale di Fukushima.

Chi sono degli uomini tanto generosi? E che cosa hanno in comune con i leggendari kamikaze?

“Kamikaze” è un termine che, in Giappone, letteralmente, significa ‘vento’ (ze) ‘divino’ (kami). La storia rimanda ad un leggendario, provvidenziale tifone che pare abbia salvato il Giappone da un attacco di mongoli di Kublai Kan, nel 1281. A livello internazionale, ‘kamikaze’ è, invece, riferito ad una pratica dei soldati e dei piloti giapponesi che, durante la seconda guerra mondiale, si scagliavano, indossando o con i loro veicoli (aerei, navi) farciti di esplosivo, contro i nemici trovando e dando la morte.

Il discorso dei kamikaze giapponesi, ha solo in parte un legame con gli attacchi terroristici suicidi, ai quali ci siamo abituati negli ultimi anni.

Gli uomini e le donne che stanno combattendo il pericolo del disastro alla centrale di Fukushima Daiichi, sono gli eroi senza volto della peggiore crisi nucleare nella storia del Giappone.

Una crisi che, alcuni, ritengono ancora peggiore del bombardamento atomico che ha posto fine al secondo conflitto mondiale.

I circa 70 tecnici ed ingegneri, battezzati come i 50 di Fukushima, a differenza dei terroristi, non hanno subito nessun lavaggio del cervello, nessuna pressione psicologica, è, ancora una volta, il senso della responsabilità, della dignità tipicamente giapponese che li ha spinti ad un gesto tanto estremo.

Stanno lavorando sotto la costante minaccia di venire contaminati dalle radiazioni, di venire travolti da incendi ed esplosioni, da quando sono restati soli nella no-go zone evacuata dai civili.

Nuclear reactor: What is going on

Con più di 700 dei loro colleghi che sono stati allontanati per ragioni di sicurezza, essi continuano, disperatamente, a combattere una solitaria battaglia su diversi fronti nella guerra contro la fusione nucleare. Il loro carico di lavoro è pesante, ma il peso delle aspettative, in Giappone e in tutto il mondo, è ancora maggiore.

Per tutti è indiscutibile il loro coraggio, ma poco si sa di chi essi siano.

Eroi senza volto, perché nascosto dalle maschere che dovrebbero tentare di proteggerli.

Eroi. Uomini e donne che, per noi tutti, non hanno nemmeno un nume, un’identità, eppure non possiamo che ammirarli, che essere loro grati perché si stanno immolando per i loro connazionali, per i loro posteri, per noi tutti.

La Tokyo Electric Power [TEPCO] ha rilasciato alcuni dettagli della sua squadra d’elite, che ha il compito più delicato e centrale per la sopravvivenza di milioni di vite: cercare di raffreddare i reattori surriscaldati ed evitare il disastro.

Stanno lavorando in condizioni roventi, chiusi in tute bianche che ne avvolgono completamene i corpi. Lavorano indefessi perché sanno di avere una missione vitale, sanno che dagli esiti che otterranno, che con il loro sacrificio, possono evitare la contaminazione.

Sono dotati di maschere e torce, e quando il livello delle radiazioni si alza, come è accaduto ieri mattina, devono essere pronti a rifugiarsi in zone più sicure del complesso. L’operazione ha già mietuto le sue vittime tra i nostri eroi (e “nostri” non è affatto un eufemismo, perché, ora più che mai, nel mondo ci sentiamo tutti legati allo stesso destino, legati al successo di questi anonimi eroi).

Undici persone, compresi i membri delle Forze di Autodifesa del Giappone, sono stati feriti in un’esplosione di idrogeno al reattore n. 3.

Gli altri dipendenti dell’impianto nucleare, così come la popolazione giapponese e noi tutti, non possiamo altro che guardare con ammirazione a questi uomini e donne.

“Le persone che lavorano in questi impianti stanno combattendo senza scappare”, ha dichiarato Michiko Otsuki, un impiegato dell’impianto Fukushima Daini. “Per favore non dimenticate che ci sono persone che stanno lavorando per proteggere le vite di tutti in cambio della loro”.

Parole di fuoco, parole che ci danno modo di riflettere sul fatto che, davvero, ciascuno di noi deve prendersi le proprie responsabilità davanti a se stesso, davanti ai propri cari, davanti al mondo… davanti a Dio.

Il primo ministro, Naoto Kan ha criticato i dirigenti TEPCO per come hanno gestito la crisi, ma elogia i loro dipendenti. Si tratta di “fare tutto il possibile”, Kan ha detto, “anche in questo momento, senza nemmeno pensarci due volte ai pericolo che possono correre le loro vite personali “.

Per tutto il tempo il manipolo dei 50 resta all’interno dell’impianto prestando attenzione a cercare di attenuare i rischi per la loro incolumità. La strategia è la “condivisione della dose”: rimangono nelle zone più pericolose per brevi cicli di tempo così da assorbire la minore quantità possibile di radiazioni, secondo Ian Haslam, capo della protezione contro le radiazioni all’Università di Leeds. “Ma abbandonare l’operazione potrebbe disastro. Devono restare nell’impianto per adottare le misure che consentano, per quanto possibile, di tenere sotto controllo la situazione”.

“Se si lascia andare tutto a se stesso, aumenterà a dismisura il calore e c’è un pericolo di incendio. Così da questo stato attuale di stasi, che è preoccupante, ma con un rischio relativamente basso, potrebbe succedere qualcosa che diventa molto pericoloso, per il momento attuale ma anche per il futuro”.

Invero possiamo solo immaginare le condizioni estreme nelle quali stanno lavorando. Ma sicuramente, quasi nessuno di noi, può minimamente pensare ai sentimenti, ai pensieri che attraversano e scuotono tali eroi.

Andriy Chudinov, uno dei primi ad entrare nella centrale di Cernobyl nel 1986, ha detto che i suoi omologhi giapponesi sono ancora più coraggiosi.

“Questi sono bravi ragazzi”, ha detto. “Dopo tutto, essi devono fare una cosa ancora peggiore di quanto abbiamo fatto noi. Loro hanno alle spalle anche l’angoscia, l’ansia, il dolore per un terremoto immane ed un terribile tsunami. Ed ora devono fronteggiare i diversi reattori con problemi. Questo è un incubo per chiunque lavori in una centrale atomica “.

David Brenner, direttore di ricerca presso la Columbia radiologica Service, ha sottolineato i rischi significativi i che stanno incombendo sulla salute dei prodi uomini e donne della centrale.

“Per molti versi sono già eroi”, non ha esitato a dichiarare. “Sono e stanno per sottoporsi ad un’immane sofferenza esponendosi a livelli di radiazioni molto alti”.

Nel frattempo, 500 centri di trapianto di midollo osseo in 27 paesi europei sono stati allertati per il successivo trattamento al quale gli operai eroici dovranno essere sottoposti in seguito: la loro vita è sicuramente in serio pericolo, ma proseguono imperterriti nella battaglia contro il tracollo.

The European Group for Blood and Marrow Transplantation ha già offerto cure per 200-300 pazienti, se necessario.

“Dopo che una persona è stata irradiata, si hanno tre o quattro giorni prima che sopraggiungano gravi complicazioni”, ha detto Ray Powles, presidente della commissione incidente nucleare. “A quel punto, potrebbero essere messi su un volo per l’Europa, se impianti giapponesi esplodessero”.

È davvero quasi impossibile, per chi non lo sta provando in prima persona, anche solo vagamente supporre quanto sta accadendo all’interno dell’impianto, e tanto meno possiamo sapere o capire i sentimenti, le emozioni, le ansie, le paure,… dei 50 di Fukushima.

Ma possiamo stringerci attorno a loro, almeno spiritualmente, dobbiamo ammirarne la dignità, l’onore, il senso della responsabilità e del dovere e, ovviamente, se crediamo, non  importa in quale Dio, dobbiamo almeno pregare per loro, per la loro eroicità, per il loro coraggio, per il grande esempio che ci stanno dando. Per il sacrificio che stanno compiendo anche per il nostro Wellthiness.

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2 Risposte to “I 50 eroi dell’impianto di Fukushima”

  1. E’ in questi momenti che si capisce cosa vuol dire essere fatti a immagine di Dio: possedere qualità talmente elevate da essere anche capaci di sacrificare la vita per altri, privando la propria famiglia della loro amorevole presenza e del loro sostegno. Una lode ai 50 e alle loro famiglie…

  2. […] in modo metaforico, come padri: da Papa Giovanni Paolo II a Gandhi, da Martin Luter King agli eroici giapponesi che, proprio in questo istante, si trovano nella centrale di Fukushima a cercare di domare il […]

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