Guerra in Libia: il Mediterraneo nella Rete del futuro

La  guerra scoppiata in Libia è un ulteriore cruccio che si va ad aggiungere alla già tesa situazione internazionale innescata dai recenti terribili eventi giapponesi.

Eppure entrambi i fenomeni sono un segno dei tempi, non nel senso che vi attribuirebbero gli apocalittici del 2012, delle Super Moon Extreme & co, ma nel più profondo significato degli epocali cambiamenti che ci stanno sempre più allontanando dall’era Moderna e Postmoderna, inaugurando il Nuovo Periodo trapuntato da valori inediti, da dinamiche originali, da un fresco Spirito dei Tempi.

 

Ripercorrendo quanto è accaduto, in Medio Oriente, nell’ultimo paio di mesi, senza prendere nessun tipo di posizione politica, ma semplicemente, analizzando  i fatti da una prospettiva squisitamente sociologica (ci tengo a precisarlo),  è evidente che è saltato un meccanismo di inerzia e passività durato millenni.

L’ondata di rivolte popolari sfociate in una sonora domanda di libertà, in una rivendicazione dei diritti fondamentali dell’uomo, di potere lavorare e di godere di una democrazia, celebrata ed ambita, da molti ma da pochi vissuta in prima persona, non si è manifestata ovunque con le stesse modalità ed intensità, ma si è rapidamente propagata ovunque.

Molti paesi hanno improvvisamente aperto gli occhi.

Si sono resi conto della propria situazione, delle ingiustizie subite, delle angherie e vessazioni perpetrate da decenni da parte di potenti ricchi affamatori di popoli, con le loro leggi ispirate dal terrore, dallo status quo, dall’ignoranza, talvolta, persino dalla religione.

Chi sono i protagonisti? Quale è stato il vero detonatore?

I veri protagonisti della primavera mediorientale sono i giovani. Sono i ragazzi e le ragazze della Generazione Y, i nati prevalentemente negli anni ’80 e ’90.

Sono la Millennial Generation, la Generation Next, l’Echo Generation, la Net Generation. E già gli attibuti che la definiscono hanno in sè il loro segreto.

Con un chiaro approccio neoliberale alla politica ed all’economia, sono i figli di Internet..

Ed è proprio Internet il grande Leviatano con il quale devono combattere i regimi oscurantisti, dittatoriali e conservatori.

Dalla Cina all’Egitto il primo, vero e maggiore nemico da azzittire, da censurare, sono i Social Network, Youtube, i telefoni cellulari che, immediatamente creano un tam tam nel popolo digitale.

Una potentissima ventata che si propaga istantaneamente da un angolo all’altro del globo creando solidarietà, empatia, legami forti tra sconosciuti che condividono lo stesso modo di sentire, di pensare di vivere.

Un’affinità elettiva che va oltre la razza, oltre la professione, la fede religiosa.

Una sintonia istantanea che abbatte le barriere dei pregiudizi e degli stereotipi, rivelando, per la prima volta che non conta il colore della pelle, la cultura di appartenenza perchè siamo tutti, ugualmente, uomini membri di un popolo che, per la prima volta, non è collocato in uno spazio o in un tempo preciso. 

I netizen (net+citizen, cittadini della rete) non parlano la stessa lingua ma hanno gli stessi valori.

Valori rinnegati e non capiti da chi non appartiene alla loro coorte, ma estremamente potenti.

Centinaia di messaggi clandestini corrono sulla rete da Facebook e Twitter sotto l’egida del Lybian YouthMovement testimoniando, in tempo reale, quanto sta accadendo.

È un nuovo modo di fare comunicazione, sicuramente meno obiettivo, ma più etnografico, più realitstico, più partecipativo, più sentito.

A Gheddafi con il suo potere, con i suoi aberranti deliri di onnipotenza, con le sue strategie ormai obsolete, potrà magari resistere qualche tempo, ma, analogamente a tanti altri regimi mediorientali, è destinato a crollare.

Oggi più che mai non è la forza bruta a dominare, le bombe, le minacce, le violenze, l’aggressività, l’insolenza, il sangue non pagano ed, anzi, più i dittatori ed i regimi vi ricorrono, più la gente comune si rende conto  di quanto sia insostenibile lo status quo, e si anima, prende la forza ed il coraggio per alzare la testa.

E persino l’approssimativo tentativo di ergersi a giustizieri, di evocare il terribile incubo di Al Quaeda  è inutile. Come tutti i regimi in agonia, anche il Colonnello, ha cercato il consenso internazionale infamando gli avversari, etichettandoli come i nemici comuni, come il maggiore pericolo per l’umanità.

Sono dinamiche sociali, ingenue e non più appropriate alla nuova era.

In un mondo ipercomplesso il gruppo non si rafforza più semplicemente in negativo (come anti-qualche-cosa) ma in positivo.

Lo stesso potentissimo sentimento che ci rende tutti vicini alle successive tragedie giapponesi è multisfaccettato, è positivo è la coscienza collettiva che siamo tutti sulla stessa bara e, quindi, legati allo stesso destino.

Così mentre al di là del globo vediamo in atto tutte le dinamiche sociali, relazionali, emozionali, morali, etiche, empatiche… che costellano e contraddistinguono l’era appena sorta, nel Medio Oriente assistiamo ad un fenomeno altrettanto potente e di portata storica.

Il risveglio della coscienza collettiva, della “mediterraneità”, con i  suoi ultramillenari valori che scardinano secoli di chiusura e ritornano a germogliare, purtroppo, mietendo vittime e versando il sangue di giovani vite.

Il Mediterraneo sta, dunque, ritornando il cuore della Civiltà: sta di nuovo assumendo il ruolo di cuore palpitante del futuro. Il Mare Nostrum, non è più inteso in senso possessivo, come dagli antichi romani, ma in senso relazionale, come luogo di incontro e di confronto, di scambio e arricchimento, crogiolo di vita e di speranza. 

Un nuovo modello, un originale stile che si propone in alternativa all’ormai obsoleto Statunitense (l’American Way) non meno delle altre proposte che provengono dall’America Latina, dall’India e dall’Estremo Oriente…

Dunque, sotto questo particolare punto di vista, il futuro sta iniziando ora.

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