Brain Awareness Week: il mito del 90% del cervello inutilizzato

In più di 72 paesi si sta celebrano la World Brain Awareness Week, la Settimana del Cervello che comporta una ricca gamma di attività volte a mostrare l’avanzamento degli studi sul cervello umano.

È un campo di ricerca ancora ampiamente inesplorato, così le conoscenze stanno aumentando in modo esponenziale portandoci  a compiere nuove scoperte inimmaginabili anche sono pochi anni fa.

Il nostro cervello è una realtà estremamente complessa e complicata, grandemente affascinante così come ancora perlopiù ignota. È uno degli spettacoli della natura.

Mentre di giorno in giorno escono studi che ne decantano le meravigliose potenzialità e facoltà, mostrando che è tutto guidato da un unico neurone, che c’è un neurone apposta per Obama e per la Torre Eiffel, che il nostro cervello è estremamente rumoroso, che si possono utilizzare le onde cerebrali per muovere una pallina in un gioco, un arto bionico, un paio di occhiali 3D o per scrivere su un computer, che esistono fenomeni straordinari come la sinestesia o il recente shift del potere dalla parte sinistra alla destra del cervello… altri scienziati, come gli esperti di Harvard, cercano di smontare il luogo comune, il mito del 90 per cento del cervello inutilizzato.

Phineas Gage, il capo di una squadra di costruzione ferroviaria, nel 1848, ha subito un grave incidente nel Vermont: una barra di metallo gli ha trapassato la testa distruggendogli un’ampia area del lobo frontale del cervello. Malgrado la gravità dell’infortunio, è sopravissuto. Immediatamente dopo il fatto, si è alzato in piedi ed ha parlato con i suoi soccorritori.

L’aneddoto, spesso ricordato da chi studia il cervello ci apre le porte all’affascinante e labirintico mondo contenuto nella nostra testa.

Se, dunque, chi ha subito un notevole danno cerebrale può ancora avere un cervello funzionante, quanto è importante quale è la zona colpita? Può tale area restare inutilizzata? La storia di Gage conferma la pretesa che una persona media utilizza soltanto il 10 per cento del cervello?

In realtà, il cervello è un organo che non perdona e la storia di Gage è, più che altro, un colpo di fortuna. Invero sono molto pochi i casi simili al suo. E la disabilità grave, in seguito ad un trauma significativo al cervello non è così affascinante, ed è molto diffusa.

Il cervello non tollera lacune e non guarisce bene ed in fretta come le altre parti del corpo. In genere, dopo il danneggiamento del cervello assistiamo a cambiamenti di personalità, problemi comportamentali e altre conseguenze simili. Danni neurologici più gravi si verificano in seguito a  tumori, interventi chirurgici, patologie cerebrali, ictus…

Gage è stato solo fortunato?

La lesione ha inciso anche su lui. Prima dell’incidente era altamente competente, efficiente e scaltro. Dopo era impaziente, indeciso, sconsiderato e anche asociale. In breve è stato soggetto a convulsioni ed è morto 12 anni dopo l’incidente all’età di 37 anni.

IL 10% E’ UN MITO?

È vero che molti organi sovrabbondano rispetto al nostro fabbisogno. Così possiamo vivere con un solo polmone, con un rene, senza appendice p la milza. E che abbiamo anche sovrabbondanza di pelle, di intestino, di midollo osseo.

Ma alcuni studi sostengono che per il cervello non sia lo stesso. Le scansioni, come la risonanza magnetica (MRI) o tomografia a emissione di positroni (PET), sembrano dimostrare che utilizziamo regolarmente tutto il cervello. Alcune parti potrebbero essere più attive in un dato momento o nel corso di una particolare attività. Altre possono essere meno fondamentali rispetto a certe funzioni vitali, come respirare, parlare, capire o camminare. Ma nessuna parte del cervello, pare, sia completamente inutilizzati o inutili.

Quindi molti studiosi sono convinti che la storia del 10% sia una specie di mito, di leggenda metropolitana, che ha preso piede in quanto, all’epoca i medici e gli scienziati non avevano gli strumenti e le conoscenze adatte ed affidabili per misurare quanta parte del cervello veniva utilizzata. Anche adesso, MRI e PET non forniscono una stima perfetta di come ci serviamo della maggior parte del cervello in ogni istante. A rendere così lacunose le nostre attuali conoscenze sul cervello, contribuisce il fatto che non posiamo contare tutte le cellule cerebrali e misurarne la singola attività. Inoltre, quando una zona del cervello è attiva in un determinato compito, non tutte le cellule che la compongono sono in uso. Ma non ciò non significa che tali cellule non siano mai usate.

CHE IMPORTANZA HANNO LE DIMENSIONI DEL NOSTRO CERVELLO?

Si potrebbe pensare che più grande è il cervello, più una persona è intelligente. Recenti studi hanno dimostrato che non è così. Dopo tutto, è vero che noi esseri umani siamo più intelligenti degli scoiattoli, ed che il nostro cervello è molto più grande del loro. Però, il confronto tra il volume delle persone più intelligenti e brillanti rispetto all’uomo medio, non varia molto..

Si dice che il cervello di Albert Einstein fosse di dimensioni notevolmente superiori e forma diversa rispetto a tutti gli altri. Ma in realtà era proprio come ogni altro cervello umano.

Tuttavia, come capacità di ragionamento ed linguaggio complesso si sono iniziate ad evolvere nella nostra specie, anche le dimensioni del cervello sono significativamente aumentate.

Una simile prova è sempre portata da chi depone contro il mito del 10 per cento. “Perché mai avrebbe dovuto aumentare così tanto di volume il cervello, per lasciarne il 90 per cento inutilizzato?” argomentano alcuni studiosi, “soprattutto tenendo presente che il nostro cervello, per funzionare, ha bisogno di una notevole dose di sangue e di energia”.

Di fatto, però, studi recenti hanno anche provato che il volume del cervello umano si sta riducendo, e ciò non comporta un’involuzione della nostra specie.

La realtà

Potrebbe essere vero che molte aree del cervello restano inutilizzate, ma è molto improbabile che rappresentino il suo 90%.

Alcuni studiosi concludono, dunque, che “se avessimo gran parte del nostro cervello restasse inutilizzata, dovremmo essere in grado di resistere a malattie o danni cerebrali abbastanza bene. Ma non possiamo. Non solo quindi usiamo tutto (o quasi) del cervello, mo non riusciamo a tollerare bene la perdita di anche solo una piccola parte del nostro tessuto cerebrale.”

Pare, dunque, che il mito del 10 per cento sia sbandierato, perlopiù, da sensitivi e cartomanti per spiegare i loro “poteri” di predire il futuro, leggere nel pensiero o piegare cucchiai senza toccarli. Dicono che sono in grado di servirsi proprio di questo 90 per cento del cervello che la gente comune non può attivare.

Così gli scienziati scettici che non credono nel paranormale categorizzano il mito del 10 per cento con molti altri “tutti i fatti, si sa, per attirare un pubblico più vasto”.

Gli esperti di Harvard aggiungono, dunque, che “anche se piccole parti del cervello non vengono utilizzate, è improbabile che chiunque possa servirsene per piegare cucchiai o predire il futuro.”

Da ultimo, però, sono costretti ad ammettere di non avere nessuna prova che ogni cellula cerebrale sia di vitale importanza o di quali parti sottoutilizzate del cervello potrebbero essere attivate e per compiere e per quali funzioni.

“Quindi” concludono alla Harvard University “se volete trascorrere il vostro tempo a cercare di piegare cucchiai con la mente, noi non possiamo offrire dati scientifici che dimostrino che si tratta di uno spreco di tempo e di energia. Mi ci speriamo che le parti del cervello che state utilizzando possano aiutarci a trovare qualcosa di più utile da fare”.

Invero, però, se c’è chi parla di aspetti meno scientifici come le esperienze extra corporee, c’è anche chi attribuisce al cervello la capacità di comportamenti empatici, chi si occupa di neuromarketing, che vantano di essere vere e proprie discipline scientifiche.

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Una Risposta to “Brain Awareness Week: il mito del 90% del cervello inutilizzato”

  1. […] di un computer, con facoltà che possiamo migliorare e che certe leggende metropolitane dicono utilizziamo solo al 90% è ancora una volta al centro dell’attenzione […]

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