Vita da superstiti. Il sole dell’impegno e della con-passione, risorge in Giappone

Prima dell’11 marzo, i giapponesi erano la popolazione asiatica più occidentalizzata. Anzi, per alcuni, ancora più occidentale di molti di noi.

Stacanovisti e drogati del lavoro agli eccessi, stressati, individualisti, avanzatissimi tecnologicamente, in vetta ad ogni classifica economico-finanziaria, erano il faro che indicava una via verso un futuro da raggiungere con il vento in poppa. Per certi versi, sembravano essersi quasi scordati del loro passato, delle loro origini.

Ma è proprio nei momenti più drammatici, i peggiori che si rivela chi è veramente l’uomo.

Ed i giapponesi, come abbiamo ormai tutti imparato, sono più che mai degni di portare il nome di esseri umani. Il loro comportamento sta mettendo sotto gli occhi, stupiti, esterefatti, sconvolti, del mondo uno dei più impressionanti esempi di quali siano i grandi valori dell’era appena sbocciata: dalla natura al Wellthiness, dall’empatia ad un nuovo realismo propositivo ed attivo.

“Ci facciamo tutti forza e ci sosteniamo a vicenda. Uno per tutti e tutti per uno” è il la scritta sul muro della scuola di Rikuzentakata, una delle tante, ora adibite a riparo, a pseudo-casa per centinaia di persone rimaste senza tetto proprio a causa dei vari sismi che si sono susseguiti al primo, nonché del devastante tsunami giapponese: una tragedia incomprensibile e, sicuramente, molto difficile da accettare.

Un manipolo composto da 21 volontari, molti dei quali hanno, a loro volta, perso casa e familiari quando la potenza devastante del mare si è riversata sulle città lungo la costa nord-orientale del Giappone, sta compiendo, proprio a Rikuzentakata, imprese davvero eroiche basando tutto sulla speranza e la propria determinazione.

“Siamo davvero a corto di acqua e di cibo. Non abbiamo abbastanza servizi igienici a disposizione”, commenta Tsutomu Nakai, ex- direttore della Camera di Commercio locale, ed, ora, responsabile delle operazioni di soccorso per circa 1.000 persone che dormono nella scuola.

“Abbiamo bisogno di combustibile per il riscaldamento e siamo a corto di coperte, ma senza che noi volontari lo abbiamo esplicitamente richiesto, le persone stanno, spontaneamente e generosamente, aiutandoci, aiutandosi tra loro. Si preoccupano di pulire i servizi igienici, i corridoi e il palazzetto dello sport o cucinano per gli altri “. sottolinea con forza ed ammirazione Nakai.

“Le persone stanno facendo il meglio per cercare, in tutti i modi, di aiutare tutta la comunità”.

Nakai ritiene che (come siamo, purtroppo, abituati spesso noi in Italia davanti alle calamità ambientali) sarebbe normale per la gente lamentarsi dopo quanto è accaduto, con migliaia di giapponesi che hanno perso tutto, beni ed i propri cari, nello lo tsunami dell’11 marzo innescato dal forte terremoto.

“Non sono sicuro se sia una caratteristica dei giapponesi o solo della gente che abita a Rikuzentakata, ma qui nessuno si lamenta. Ed, anzi, tutti si stanno impegnando a fare del loro meglio per risollevarsi”, prosegue Nakai.

La scuola era uno dei molti edifici pubblici designati come rifugio, in caso di emergenza, dal governo consapevole che, in qualsiasi momento, la natura potrebbe scatenare la sua potenza su un paese regolarmente scosso da terremoti.

Immediatamente dopo lo tsunami, la gente si è raccolta nella scuola.

E, la sera stessa, i volontari hanno cercato di mappare la situazione di ogni zona colpita della città e Nakai ha installato il suo quartier generale in un’aula dell’edifico della scuola economia.

L’aula magna è stata destinata a zona notte principale ed è stato dato un materasso di fortuna alle coppie e alle famiglie, attorno al quale hanno messo i pochi effetti personali che sono riusciti a salvare.

Una stanza funge da centro medico della Croce Rossa, mentre un’altra è diventata un ambulatorio dentistico.

Le aule sono state trasformate in asili nido o luoghi nei quali accogliere gli anziani e gli infermi.

Altre stanze sono adibite alla raccolta di quanto viene donato, generosamente, da chi non ha avuto la casa distrutta dalla furia degli elementi o dagli abitanti dei villaggi e delle città più all’interno.

Tutti i beni offerti sono messi dai volontari in apposite casse divisi per genere e dimensione, mentre altri si fanno carico di cucinare il cibo per i superstiti.

Honami Suzuki aveva appena finito il liceo quando la sua casa è stata devastata. Ora la ragazza trascorre le giornate a dare una mano al rifugio.

“Quando sono libera vado giù in città a guardare a casa mia per cercare delle cose utili. Ho trovato queste tazze, e sono contenta perchè siamo a corto di tazze alla scuola” dice la giovane.

Invece dell’indifferenza, dell’egoismo, del senso di disperazione pessimista, tra la gente che si sta dedicando al volontariato, aleggia un forte e preciso senso di cameratismo tra coloro. Ma per gli altri c’è un evidente vuoto esistenziale.

“Non c’è niente da fare”, puntualizza Rinzo Chikutsu. “Possiamo solo leggere il giornale”.

Juichi Kanno passa attraverso il corridoio facendo del suo meglio per confortare la sua irritabile pronipote, 17 mesi, Yushi: è troppo piccola e giovane per capire che sua madre, molto probabilmente, non tornerà mai più.

“Io non faccio nulla”, dichiara Kanno, quando gli viene chiesto come occupa il tempo. ” Semplicemente, me ne sto qui, seduto”.

Sua moglie Tokiko aggiunge: “è terribile, ma siamo tutti sulla stessa barca”.

“Per questo non possiamo lamentarci” dice con gli occhi pieni di lacrime.

La stessa calma disperazione e lo stesso sguardo vuoto che derivano dalla tragedia, si possono vedere negli occhi di chiunque si incontra nel corridoio della scuola.

I bambini fortunati saltano tra i materassi o si siedono a cantare una canzone al suono della chitarra. Altri, traumatizzati, non riescono a staccarsi dal confortante abbraccio di un nonno o di una zia.

Fuori, gli uomini che hanno lavorato duramente tutta la vita per risparmiare qualche soldo soldi per costruire una casa che non esiste più, stanno desolati attorno ad un braciere, fumando delle sigarette e riscaldandosi le mani, parlano solo a bassa voce.

Niente isterismi, niente rivendicazioni, niente supponenti appelli di ricevere un dovuto aiuto.

Takayoshi Murakami si inginocchia sul letto, guardando lontano, nel vuoto. Non vede sua moglie dal giorno del disastro.

“Non l’hanno ancora trovata”, dice senza espressione.

Ogni tanto, mentre i rifugiati vengono riordinati, qualcuno va alla reception della scuola a guardare gli elenchi esposti in bacheca per vedere se trova qualcuno che conosce, sfuggito alle onde assassine.

I fogli dei nomi vengono scandagliati leggendoli uno ad uno, sperando che siano stati aggiornati o di non avere letto bene l’elenco le volte precedenti.

Purtroppo non è uno degli struggenti, interminabili film giapponesi, nè una piece di teatro kabuki. È la realtà.

Una realtà di composta disperazione, di rispetto degli altri, di impegno per gli altri. Una realtà con la quale devono convivere e che devono accettare, loro malgrado, i superstiti. Una realtà che non genera aggressività, insolenze, rivendicazioni, che non porta i giapponesi a rinfacciare o rivendicare sostegno, aiuti umanitari, sebbene siano più che mai necessari.

Una realtà che vede, ordinate ed in silenzio, persone in code chilometriche per  raggiungere il punto di distribuzione del cibo o del gas. Una realtà con i sopravvissuti che stanno già cercando di spazzare via le macerie per ricominciare a ricostruire le loro case, le loro speranze, le loro vite, il Wellthiness personale e della comunità.

Qui più che in qualsiasi altro luogo, posiamo cogliere il vero Spirito della nuova era: un atteggiamento proattivo, uno sguardo di speranza, una forza inaudita che viene dall’unione, dal’empatia, da un vero senso di appartenenza e di consapevolezza che ciascuno di noi non può vivere senza gli altri, che non abbiamo senso senza gli altri, che ogni nostra azione ha un influsso sul resto degli uomini e del mondo.

Non è, dunque, un caso se tanti giapponesi, piuttosto che chiedere aiuti si rimboccano le maniche in prima persona e se, invece di pretendere, soldi o altri generi, si limitino a domandare a noi tutti di pregare per loro…

Scompare così, spazzato via dallo tsunami, ogni idea di individualismo, di egoismo, di indifferenza e sorge il nuovo sole della solidarietà, della con-passione, dell’empatia proprio della Nuova Era.

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