MAGNIFICAT (Karol Wojtyla)

Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi
– la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –
Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato,
ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra.
Benedico la Tua semina a levante e a ponente –
Signore, semina generosamente la Tua terra
che diventi un campo di segale, un folto di abeti
la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, dalla vita.
La mia felicità – grande mistero – Ti esalti
perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,
perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,
perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia
e in questa melodia Ti sei svelato in visione –
attraverso il Cristo.

 

La nostra vita è come un appezzamento di terra.

Una terra che può essere brulla, arida, sterile oppure rigogliosa e verdeggiante. Vi possono crescere prati di smeraldo o fruscianti foreste, biondi campi di grano o turgidi vitigni.

Come ricorda la celebre parabola evangelica, Dio semina ovunque, nei nostri cuori, nelle nostre anime, ma poi dipende da noi accogliere la Sua parola.

E spetta a noi anche riuscire a dare modo di germogliare, di sbocciare e fruttare i nostri talenti.

Se il modello dei santi ci sembra, spesso, alto, troppo alto, troppo elevato rispetto alle nostra forze, Giovanni Paolo II ci rassicura.

Dio non si aspetta da noi l’impossibile. Chiede a ciascuno di noi di impegnarsi per quanto può, niente di più.

Ognuno di noi può essere santo, a suo modo, nel suo piccolo, nel suo mondo, ma solo se lo vuole.

Wojtyla è stato il papa che ha dato l’onore degli altari al maggior numero di persone: 482.

E se alcuni l’hanno criticato per l’apparente inflazione di santificazioni e beatificazioni, costoro non hanno capito il profondo e vero significato del suo  progetto.

Nel suo intento non c’era una volontà di frustrare i cristiani comuni, umiliarli, di dare a loro la sensazione di essere miseri peccatori, di indurli a demordere dal proprio progetto esistenziale.

L’obiettivo non era di oscurarli, di frustrarli mettendoli di fronte a grandiosi, ed irraggiungibili, esempi di uomini e donne come Madre Teresa di Calcutta.

Il suo intento era diametralmente opposto: era di dimostrare a ciascuno di noi che, di fatto, ha dentro di sè i germi della santità. 

Solo aprendoci a Dio, lasciandoci forgiare dal suo amore, lasciando crescere in noi i nostri talenti, possiamo diventare davvero santi.

C’è una santità che porta gli uomini a compiere azioni inaudite, eroiche, strabilianti… ma c’è anche una santità meno vistosa, meno spettacolare: è la santità della rettitudine, della vita di tutti i giorni imperniata ed impregnata di amore, di purezza, di senso del dovere, di senso della responsabilità.

Una santità che guarda agli altri con carità ed empatia, che ci chiede di cum-patire, di imparare a condividere le nostre ansie ed angosce, i nostri dolori e le nostre incertezze con il prossimo, di prendere la nostra croce, i nostri dolori, i nostri problemi e procedere con coraggio, con speranza.

Solo accettando la nostra natura di creature fallibili, solo mettendoci davanti alla nostra anima con tutti i suoi limiti, solo rimettendoci all’amore del Padre possiamo elevarci, possiamo raggiungere una felicità vera, duratura, possiamo elevare il canto primordiale della vita tuffandoci nell’amore ristoratore di Dio.

Gli uomini e le donne santificati da Giovanni Paolo II, non di rado, sono eroi della normalità, eroi della quotidianità, eroi della semplicità che hanno santificato la semplice banalità della routine mostrandone il lato più puro, riuscendo a vedervi dentro il riflesso di Dio ed a trasformarlo in vita concreta, materiale. Una vita Vera, una vita Santa. 

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