L’effetto opposto delle terapie occidentali sui pessimisti orientali

Che ci siano varie differenze tra la cultura Occidentale e l’Asiatica è ampiamente risaputo. Così se l’una si contraddistingue per una maggiore inclinazione alla razionalità, all’azione, al protagonismo individuale, alla logica…, l’altra è caratterizzata da una propensione all’irrazionalità, all’olismo, alla fusione, all’emotività…

Ma non è tutto qui.

Uno studio compiuto all’Università di Washington pare suggerire che gli asiatici siano, per natura, portati a non pensare positivo.

A detta degli psicologi statunitensi, l’obiettivo di perseguire la felicità potrebbe non essere utile, o avere gli stessi effetti, in tutte le culture.

Lo studio indica che le psicoterapie volte ad enfatizzare o a proporre come obiettivo le emozioni positive, che mirano ad alleviare lo stress e la depressione nella popolazione bianca, potrebbero non funzionare per gli asiatici. Ossia per il 60 per cento della popolazione mondiale i modelli convenzionali adottati dalla psicoterapia non avrebbero nessun tipo di esito positivo se applicati agli asiatici.

Sino ad ora si è ritenuto che, per ridurre la depressione accelerando i processi di una sua salutare riduzione, fosse particolarmente indicato il meccanismo di concentrarsi sui pensieri felici, ponendo una particolare attenzione su tutto ciò che appare come bene, positivo e cercando di evitare o di minimizzazione quanto sembra essere male o negativo.

Lo stesso approccio si credeva fosse valido anche per rafforzare la capacità di recupero nel corso di una crisi e per migliorare la salute mentale.

Ma in un sondaggio eseguito su un campione di studenti universitari, gli intervistati asiatici hanno dimostrato di non avere nessuna correlazione tra le emozioni positive ed i livelli di stress o de asiatico-pressione.

I ricercatori hanno chiesto a 633 studenti asiatici, asiatico-americani  ed euro-americani, di valutare il proprio grado di stress e depressione, quanto spesso si sentono tristi, inutili o hanno registrato in sé dei cambiamenti a livello di sonno o di appetito.

I partecipanti hanno, inoltre, dovuto stimare l’intensità delle emozioni positive provate, compresi i sentimenti di serenità, gioia, fiducia ed attenzione.

I ragazzi euro-americani hanno rivelato una forte proporzionalità inversa con il crescere delle emozioni positive al calo della depressione e dello stress.

La correlazione è minore negli americani di origine asiatica, e scompare completamente tra gli asiatici.

I dati provano, dunque, che gli asiatici interpretano e reagiscono alle emozioni positive in modo diverso per quanto riguarda la loro salute mentale.

Vincendo un premio, la loro risposta tipica ai ricercatori è stata: “Sono così felice che ho paura.” Ossia, sembra scatenare, nei giovani asiatici, sentimenti di felicità per il raggiungimento del proprio obiettivo e, nel contempo, anche  la preoccupazione che gli altri possano essere gelosi.

Secondo gli autori della ricerca, una simile miscela di emozioni è comune tra gli asiatici ed è riconducibile alla convinzione buddista che la felicità o porta alla sofferenza o è impossibile da raggiungere.

“La felicità indica che qualcosa di brutto sta per accadere subito dopo: la felicità è fugace,” argomenta Janxin Leu esperto di psicologia UW. Allo stesso modo, gli atteggiamenti yin-yang e-potrebbero instillare l’idea che la vita sia un equilibrio naturale del bene e del male.

Per gli asiatici depressi, le terapie che funzionano meglio sono quelle che li incoraggiano  ad “osservare quando si sentono bene e male ed a notare che entrambi tali stati sono destinati a sparire. Insomma, tutto passa “, sottolineano Leu.

Tali risultati hanno notevoli implicazioni, tra l’altro, per chi sta cercando di aiutare i giapponesi sopravvissuti dai disastri naturali e la successiva crisi nucleare, lo scorso marzo, o per chi si sta prendendo cura dei cinesi colpiti da stress post-traumatico, in seguito al terremoto del 2008 che ha devastato la provincia di Sichuan.

“Se dobbiamo alleviare le conseguenze del trauma dello tsunami e dei terremoti, dobbiamo stare attenti quando utilizziamo e cerchiamo di imporre terapie occidentali”, ha detto. “Temo che se venisse usata una terapia basata su emozionie pensieri positivi con i pazienti asiatici, non possa essere efficace e che, anzi, possa persino peggiorare la situazione dei pazienti.”

Così, Leu ha concluso: “le terapie della consapevolezza che incoraggiano i pazienti a prestare attenzione tanto al bene quanto al male, sono sicuro che  funzioneranno sicuramente meglio”.

Pertanto, la ricerca evidenzia l’esigenza, quando si terra di Wellthiness così come di ogni altro aspetto della specie umana, di avere sempre davanti agli occhi ed alla mente la sigla IOC (in our culture), per evitare di compiere gravi errori che potrebbero inficiare anche le più nobili e pregevoli intenzioni, quali la generosità di decine e decine di volontari recatisi in Estremo Oriente, per portare un aiuto, anche psicologico, alle vittime delle immani catastrofi occorse nelle terre del sol levante durante gli ultimi anni.

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Una Risposta to “L’effetto opposto delle terapie occidentali sui pessimisti orientali”

  1. Aldo Cannavò Says:

    Le differenti reazioni fra le varie culture non rispecchiano le varie differenze culturali ma riguardano le esperienze passate di ogni persona. Chi è cresciuto in situazioni difficili ha reazioni differenti da chi è cresciuto senza molti problemi.Qualsiasi persona,indipendentemente dalla sua razza reagisce allo stesso modo nelle varie situazioni in base al suo vissuto.L’adattamento ad una vita difficile rende la psiche più stabile nelle differenti emozioni. Ecco perchè generalmente l’orientale non si esalta per un’improvvisa situazione felice perchè è cosciente che tutto è variabile e non merita quindi alcuna enfasi.Questo vale anche per l’occidentale che sia cresciuto con le stesse esperienze.Naturalmente l’adattamento alle difficoltà non crea stati di crisi per eventuali disgrazie sopravvenute. La vita non è del più forte,ma del più adattabile.

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