Ci vuole un villaggio per crescere un bambino: settimana delle buone maniere

In Europa non abbiamo, come in US, la settimana dell’etichetta e della buona educazione. Sette giorni dedicati ad affrontare il tema di come ci comportiamo e relazioniamo con gli altri.

Gli osservatori statunitensi notano molte differenze tra i codici sociali ed il loro rispetto tra il nord ed il sud del Paese. Un’inevitabile diversità che, in parte ed in termini non uguali, registriamo anche noi perché dipende da millenni di culture, di tradizioni di stili di vita che si sono sedimentati nei costumi e negli usi locali che sono, nel contempo, molto diversi e molto simili.

I recenti flussi immigratori che hanno reso la nostra una società multietnica e multirazziale, stanno enfatizzando ulteriormente, anche da noi, le discrepanze nelle norme sociali e relazionali.

Non avete mai notato che, per esempio, molti cinesi non sembrano affatto cavalieri nei confronti delle donne, non lasciano a loro il passo,  o ci spintonano: è nella loro cultura; non possiamo accusarli di essere maleducati, ossia lo sono valutati da una nostra prospettiva, dai nostri codici comportamentali. Pertanto in un certo senso, sono scusabili. Non lo sono invece gli italiani che spintonano o non danno il passo.

E, chi va in metropolitana, di sicuro avrà notato che, spesso, i giovani italiani che si alzano lasciando il posto ad una persona anziana o a una donna incinta, purtroppo, sono sempre meno, laddove, invece, con una maggiore frequenza capita di vedere un sudamericano cedere il proprio posto. Maleducazione da un lato, e buone maniere dall’altro.

La situazione è, dunque, più complicata di quanto possa apparire, perchè la buona o cattiva educazione è il risultato della concomitanza di molti fattori: i valori, i principi, la personalità, la finezza d’animo personali, gli insegnamenti dei genitori, il contesto sociale, culturale nel quale si cresce,…

Al di là dell’Atlantico, gli studiosi enfatizzano lo shock culturale per chi si trasferisce a nord-est dove semplici frasi come “mi scusi”, “grazie”, “per favore” sembrano scomparire totalmente dal vocabolario locale. Laddove, invece, nel profondo Sud, simili frasi sono un caposaldo in qualsiasi dialogo quotidiano.

Tali riflessioni ci inducono ad affrontare il tema dell’educazione per cercare di capire se davvero i bambini di oggi, come molti affermano, siano maleducati e se ciò dipenda da loro o da qualche altro fattore esterno.

Invero, in US stanno notando che non è corretto pensare che solo i genitori del Nord-Est non siano in grado di allevare dei figli ben educati e di insegnare a loro i principi della cavalleria, perché si stanno rendendo conto che la situazione non combi molto nemmeno a Sud riscontrando atteggiamenti molto simili.

Così molti sono sconvolti dal fatto che ei bambini non hanno buone maniere, che i più grandicelli non hanno rispetto per i propri genitori e per la comunità ed il fatto che i genitori stessi e le comunità hanno consentito che ciò accadesse. Quindi è naturale che gli osservatori si domandino “Dove è andato il galateo?” “Dove sta finendo la nostra cultura?”

In qualche modo, anche da noi si percepisce l’eco di tale scenario.

E, spesso, sentiamo dire che “I figli oggi sono di una razza diversa”.

Di frequente tendiamo, semplicisticamente, a dare la colpa ai bambini perché sono essi che, concretamente, compiono l’atto maleducato o di scortesia, ma, per la correttezza, se non abituati a comportarsi in tale modo, non è genetico, l’hanno appreso da qualcuno.

Pertanto, il cuore del problema è che le figure adulte di riferimento, specialmente i genitori e / o i tutori, non trasmettono a loro l’esempio di come comportarsi in modo civile e positivo.

Non sono i bambini ad essere di una razza diversa, è colpa degli adulti, che, per vari motivi, abdicano al loro ruolo educativo.

Guardandoci attorno, anche da noi in Italia, troviamo che, spesso, sono i nonni a crescere i nipoti, che ci sono molte famiglie monoparentali, genitori adolescenti, e famiglie con  due madri o due padri, ossia che manca la naturale e tradizionale stabilità della famiglia, la cellula della società.

Certo, alcuni sociologi e studiosi affermano che non è vero che non ci sia più la famiglia è solo cambiata, si è trasformata. E fino a qui non si può contestare a nulla, hanno ragione. Ma, guardando la situazione dalla prospettiva dei bambini, dei figli, la perdita della struttura e dell’architettura famigliare non è un fenomeno indolore, ha un considerevole impatto.

Negli scorsi giorni ho avuto molto tempo per discutere con persone provenienti da varie zone del bacino del Mediterraneo, uno dei denominatori comuni, dei valori che condividiamo tutti noi che ci affacciamo sul Mare Nostrum, è proprio il senso della famiglia. Certo, l’idea della famiglia patriarcale è mutata, eppure un comune sentire sul ruolo e l’importanza della famiglia resta in tutti noi, è parte del nostro DNA mediterraneo.

E l’educazione dei bambini è inestricabilmente legata proprio al valore ed il ruolo della famiglia, alle relazioni tra genitori e figli.

In una società dove la famiglia non esiste e dove il sostegno della comunità è assente, dove varie filosofia e scuole di pedagogia, in nome di un comodo buonismo, diffusosi negli US a partire dagli anno 60 e rinforzato da un patologico edonismo, hanno cancellato il termine disciplina, anche nell’educazione infantile, non c’è da stupirsi se le nuove generazioni non riescano più a dare e capire il valore delle buone manieri, del rispetto, dell’onestà,… (Attenzione: c’è una profonda differenza tra la disciplina e l’abuso, la linea tra i due aspetti può essere, forse, sottile, ma sicuramente c’è e non può essere trascurata, come molti tendono a fare).

Disciplina è forma mentis, un modo di pensare, di ragionare, di comportarsi di atteggiarsi, non a caso, negli stessi US, hanno un notevole riscontro lo yoga, la meditazione e le varie “discipline” orientali con le quali la società dell’individualismo, dell’egoismo, dell’aggressività, dell’indifferenza… sta cercando di colmare una lacuna educativa, una mancanza di buone maniere perpetratasi negli anni.

Ad onore del vero va riconosciuto, però, che l’assenza dei genitori non è solo dipesa da un loro egoismo.

Nella società odierna, sono spesso costretti ad avere varie attività lavorative per cercare sbarcare il lunario, il che li porta a lasciare crescere i figli da soli.

Si limitano a soddisfare le necessità dei bambini, attanagliati da un complesso di colpa o dalla frustrazione di non trascorrere il tempo dovuto con loro, li viziano, non sanno più dire a loro di no. Quindi, non di rado, finiscono per trascurare la parte più importante dell’educazione: non trasmettono i valori, gli insegnamenti morali indispensabili. Non hanno il tempo di insegnare ai figli questi aspetti che sono fondamentali nella e per la vita e la personalità, perché la loro attenzione si focalizza, o meglio, per lungo tempo, si è focalizzata sul modello suggerito dallo stile di vita americano, dell’importanza di guadagnare, di garantire che ci sia il cibo sul tavolo e di poter dare ai figli ogni tipo di bene, trascurando il bene fondamentale: l’educazione, i valori, l’amore.

Gli statunitensi si stanno, dunque, domandando “Come rimediare a questa colpa di un’intera categoria di genitori o tutori?”

E cercano la risposta nella riscoperta del ruolo della società, nel ritornare a valorizzare i sistemi di sostegno che circondano i genitori come amici adulti della famiglia, la chiesa, famiglia allargata, i vicini di casa. Ritorna così in auge un vecchio detto, estremamente vero e saggio: “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”.

Non bastano i genitori per educare un bambino, i valori, i principi, i costumi vengono trasmessi alle nuove generazioni anche da tutto il contesto ed ilk tessuto sociale nel quale sono immersi, nel quale si muovono, vivono e respirano. Le buone maniere sono il frutto di un lungo allenamento, di un lento processo di assimilazione diretta ed indiretta.

Nei nostri sforzi senza tempo per costruire una società migliore, un’economia più equa, uno stile di vita più sensibile, per noi e le generazioni a venire, non possiamo dimenticare il principio di base, la chiave di volta delle relazioni interpersonali: il rispetto, l’empatia, il grande valore del “tratta gli altri come vuoi essere trattato tu”, semplicemente sorridendo e prendendoci il tempo per dire “grazie”.

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