Solo il 15% vuole vivere per sempre. La morte non è più un tabù?

I profondi cambiamenti della società, della cultura, delle dell’alimentazione e della medicina, degli stili di vita e delle tecnologie, hanno portato ad un progressivo allungamento della vita. Se è vero che l’uomo per sua natura ambisce all’immortalità, talvolta in senso fisico (di qui la ricerca dell’elisir di lunga vita, di prodotti dell’eterna giovinezza o il curioso fenomeno della crioconservazione) tal altra in senso ultra-fisico (con la fama, la discendenza, le gesta eroiche, la religione…), ci sono però, nella cultura di ogni tempo e luogo, seri moniti sulle conseguenze dell’immortalità (specie se intesa in senso fisico e non correlata all’eterna giovinezza, Swift, con i suoi Struldbrugs, relitti umani costretti a vivere per sempre senza smettere di invecchiare, docet).

 

Se a ciò si aggiunge il tabù della morte alimentato e drammatizzato da una società, a lungo materialistica e che ha cercato di esorcizzare la morte stessa fingendo che non esista piuttosto che di farsene una ragione, lo scenario si rivela in tutta la sua complessità.

Ma nuove evidenze testimoniano che qualcosa sta, più o meno lentamente, cambiando anche in questo aspetto della vita umana: il rapporto con la morte.

Una recente ricerca ha scoperto che solo il 15% delle persone vuole vivere per sempre e solo il 9% desidera sopravvivere oltre i 100 anni.

Invece, quasi il 27% vorrebbe morire tra 81 e 90 anni di età.

Solo il 33% della gente discute con il proprio partner sul tipo di funerale che vuole.

Inolte, un dato interessante emerso dallo studio, è che molti hanno paura della morte e che ritengono la qualità della vita ciò che, davvero, più conta.

Eva Richardson, direttore esecutivo del Consiglio Nazionale per le Cure Palliative, ha dichiarato: “Anche se qualcuno in Inghilterra muore ogni minuto, la nostra ricerca ha scoperto che molte persone fanno tutto il possibile per evitare di parlare di morte. È incoraggiante, però, che la maggior parte della gente oggi è convinta che parlare della morte è sempre meno un tabù oggi rispetto al passato, ma c’è ancora molta strada da fare”.

La morte è parte del mistero della vita.

Una realtà, umanamente, difficile da capire e da accettare.

Una verità che, indipendentemente dalla nostra volontà, prima o poi, dovremo tutti affrontare.

La morte fisica è l’unica certezza nella nostra esistenza.

È naturale che ci spaventi, che ci addolori, che ci inquieti.

Così, dalla notte dei tempi, molti hanno cercato di risolverne l’arcano, di capire se, davvero, la sua falce segni la fine di tutto o sia solo l’inizio di una nuova vita, di un nuovo modo di essere.

Se, da un lato, uomini come Epicuro, ammonivano dall’avere paura della morte perché quando c’è lei non ci siamo più noi e quando ci siamo noi non c’è lei, dall’altro lato i vari sistemi religiosi hanno cercato di dare risposte più complete, più esaustive, più convincenti, per chi ci crede.

Dalla metempsicosi all’Ade, fino alla resurrezione dell’uomo nella sua totalità, il Giorno del Giudizio Universale (che, per inciso, alcuni dicono inizi domani 21 maggio), ogni società ed epoca ha tentato di dare una sua soluzione al grande quesito esistenziale: dove andiamo? Finisce davvero tutto con il nostro decesso? Che ne sarà di noi? Certo per chi non ha fede, per chi crde che siamo uomini ad una dimensione, semplice carne senza nulla di più è molto più difficile da accettare la morte senza cadere nel pessimismo, nel nichilismo, nella paura, nel tormento, nell’ansia.

Perché la sua vita rischia di non avere un senso, una proiezione, una speranza: tutto si conclude nell’aldiqua e, per quanto l’etica possa aiutarlo, è sempre menomato.

Ed anche se da sempre, nel corso degli anni,  ha tentato di rinnegare la verità di fede, l’ha irrisa, l’ha sbeffeggiata, non è raro che proprio tale persona, una volta raggiunto il limitar di Dite, si converta: è natrurale, umano, molto umano! Perchè è nella nostra essenza l’essere tesi verso l’alto, verso l’altro, verso l’aldilà.

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Una Risposta to “Solo il 15% vuole vivere per sempre. La morte non è più un tabù?”

  1. Aldo Cannavò Says:

    Il fatto che l’uomo pensi poco alla morte,significa che intuisce,anche inconsciamente, la sua vita eterna.L’importante però non è quanto si vive ma come si vive. Le morti sono comunque necessarie per lasciar spazio alle nuove nascite,diversamente la terra non basterebbe più per tutti. Il progetto del Creatore è perfetto anche nello stabilire l’esistenza della morte fisica.

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