Omaya Sanchez, simbolo dell’amore per la vita che fa scegliere la morte

Oggi siamo spesso più portati a pensare agli eroi o i supereroi come persone che compiono imprese straordinarie per salvare la vita degli altri o, magari anche, per superare le difficoltà che la propria esistenza, il proprio destino o, semplicemente, il caso mette davanti a loro.

Nell’antichità, la maggior parte degli eroi si distingueva proprio per sacrificarsi, affrontando la morte, per il prossimo, per un ideale, per la fede. In sostanza, per semplificare, il mondo degli eroi era diviso a metà: da una parte chi diventava un modello di vita, dedicandosi a qualcuno o a qualche cosa, i santi; dall’altro, chi, invece, diventava un esempio da seguire, proprio rinunciando alla vita stessa, i martiri.

Oggi c’è ancora spazio per questo secondo tipo di eroi? O sono, semplicemente, passati di “moda”?

Ossia, partendo al contrario, una persona, una ragazzina che preferisce rinunciare a vivere piuttosto che diventare un problema per la sua famiglia, è un eroe?

La storia di Omayra Sanchez potrebbe sembrare datata perché risale a trenta anni fa, ma, invero, il suo insegnamento è universale, è eterno: è la testimonianza della forza dell’amore che supera anche la morte.

Il 13 novembre 1985, il vulcano Nevado del Ruiz in Colombia, ha una violenta eruzione, poi considerata, la seconda più disastrosa al mondo del ventesimo secolo, per il numero di vittime mietute. La piccola cittadina di Armero, vicina al vulcano, è la più colpita da un’inondazione dovuta alle frane causate dall’esplosione e dall’improvviso sciogliersi delle nevi. La terra e l’acqua sciolta si riversano nei fiumi che tracimano. Il bilancio delle perdite per il piccolo centro abitato è agghiacciante. Muore tre quarti della popolazione, 23.000 persone su un totale di 28.700.

Tra le vittime del disastro c’è anche Omayra Sanchez è una tredicenne che resta intrappolata nel fango.

La notte dell’eruzione la ragazzina tenta di mettersi in salvo con i suoi famigliari.

Mentre fuggono, la nonna di Omaya cade in un acquedotto. Coraggiosamente, Omaya si cala nello stesso acquedotto per cercare di liberare la donna. Malgrado l’impegno, la ragazza non riesce a salvare la vita alla nonna perché il fango le travolge trascinandole via.

Ad un certo momento Omaya si trova con le gambe incastrate in una massa di detriti e putrelle in cemento. La sua condizione è drammatica: ha tutto il corpo sommerso è la testa fuori dall’acqua.

Quando arrivano i soccorsi, non riescono ad intervenire per salvarla perché il suo corpicino è troppo bloccato tra i detriti. L’unica soluzione possibile per salvarla è di amputarle le gambe.

Una decisione drammatica ed estrema proprio perché il tempo a disposizione è poco.

I chirurghi non riescono a raggiungere il luogo e non ci sono medici, pertanto è impossibile pensare di operarla.

Ciononostante i volontari, pur senza gli strumenti adeguati per estrarla, non si danno per vinti e cercano in ogni modo una soluzione.

Secondo una giornalista presente, Cristina Echandia, Omaya cantata, prega e parla normalmente di se stessa,dei suoi amici,della scuola,della nonna. Ha anche parole di conforto verso chi si inquieta per la sua sorte ineluttabile,che sa essere segnata…

Omaya sa che se dovesse sopravvivere senza gambe, sarebbe un peso per la sua famiglia molto povera, pertanto è meglio che la lascino al suo destino.

La terza notte, inizia anche ad avere delle allucinazioni, dicendo di non volere arrivare in ritardo per la scuola. Ad un certo chiede di lasciarla sola perché vuole riposare.

Alla fine, un paio di ore prima che la piccola muoia, i volontari riescono a portare una pompa per estrarre l’acqua ma è rotta, e solo quattro ore dopo, giungono 18 pompe funzionanti.

Dopo 60 ore di esposizione, il cuore della piccola cede alla cancrena e all’ipotermia.

Tutto il mondo è stupito dal suo coraggio e dalla dignità con la quale affronta la morte.

Oggi la tomba di Omaya è un luogo di pellegrinaggio e non manca chi le attribuisce persino dei miracoli.

Tralasciando le infinite polemiche sotre attorno ai reporter che hanno riportato al mondo la tragedia della piccola Omaya, il suo coraggio, il suo gesto d’amore nel mettere a repentaglio la propria vita per cercare di salvare la nonna, la sua serenità davanti ad un destino ineluttabile, la sua forza della sua fede, i suoi incoraggiamenti ai soccorritori inermi davanti ai fatti,… i suoi occhi neri continuano anche oggi a raccontare a tutti noi una storia d’amore. Un amore per i suoi cari, malgrado la piccola non rsappia che, con molta probabilità, l’hanno già preceduta nell’aldilà,  un amore per il prossimo, malgrado i volontari non riescano a saalvarla, un amore per la vita, malgrado la piccola sia costretta ad accomiatarsene.

E le sue parole, i suoi occhi, il suo volto, mentre dice, davanti alle telecamere, davanti al mondo, addio ai suoi cari, alla mamma, restano per tutti noi una testimonianza della grandezza e della dignità dell’uomo anche davanti alla morte.

Forse oggi è più difficile trovare eroi che scelgono la morte per la vita, è meno comune sentire parlare di martiri, eppure ci sono. Non si sono estinti.

Ed il loro esempio resta davanti a noi, in tutta la sua grandezza, a mostrarci che è ancora possibile amate tanto la vita  da rinunciarvi in nome dell’Amore.

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Una Risposta to “Omaya Sanchez, simbolo dell’amore per la vita che fa scegliere la morte”

  1. aldocannav Says:

    Omaya Sanchez ha scelto il martirio per amor del prossimo. Ha quindi i requisiti per essere santificata. Spero che la Chiesa del suo paese abbia iniziato le pratiche dovute.

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