E se l’incertezza, fosse proprio un valore?

Oggi più che mai, siamo di fronte ad una crescente ondata di incertezza per il futuro, l’esistenza, gli obiettivi, il senso ultimo, gli scopi personali così come quelli delle istituzioni religiose, politiche, finanziarie, economiche, scientifiche e sociali. Tutto è in  balia di crescenti livelli di complessità, turbolenza, cambiamento e, quindi, anche di incertezza.

Molte delle tradizionali, solide, rassicuranti convinzioni  sulle quali si erano fondati i tempi passati sembrano frantumarsi, sciogliersi, evaporare.

Pertanto alcuni sociologi e filosofi, capeggiati da Zygmunt Bauman si riferiscono, in modo un po’ poetico ed un po’ inquietante, ad una società ed un’epoca liquida.

Lasciandosi, poi, prendere la mano, da un latente pessimismo tipico della Postmodernità, finiscono per liquefare tutto: dall’amore all’individualità, dalla socializzazione ad ogni altra forma ed espressione della realtà.

Nella loro prospettiva viviamo sempre più alla giornata, in un presente continuo, in uno stato di “adessità” incapace di vedere e vivere il futuro perché ha tentato, con tutte le forze, di rinnegare il proprio passato.

Così l’esistenza diventa un’accozzaglia di istanti indipendenti, guidata da una superficiale filosofia del carpe diem, edonista quanto materialista e, da ultimo, nichilista.

E le certezze, le sicurezze nelle quali l’uomo  radicava il proprio sapere, la morale, l’etica, la fede lo abbandonano, gli si rivoltano contro gettandolo nell’abisso, nell’angoscia, nell’ansia, nella paura dell’incertezza.

Così la domanda “Sei sicuro?” diventa qualcosa di distruttivo e struggente, che ci proietta in un mondo senza senso, senza direzione, senza scopo.

Ma l’incertezza è sempre, solo negativa?

Non può darsi che la stessa incertezza dipinta a tinte fosche dai Postmoderni, assuma  un altro significato, un altro aspetto, in una prospettiva nuova? In un’ottica in sintonia con il nuovo Zeitgeist?

“Sei sicuro?” è un mantra che ci sentiamo ripetere o ci ripetiamo migliaia di volte, già dall’infanzia. È un modo per metterci in discussione, per verificarci continuamente, quindi per rafforzare le nostre convinzioni così maturiamo e formuliamo delle convinzioni personali dotate di un qualche grado di certezza.

Quindi, c’è un valore reale nell’incertezza.

Tante volte siamo stati abituati a considerare delle mere ipotesi come certezze. Invero, sotto l’aspetto tranquillizzante di qualcosa di sicuro, mascheravano un modo per bloccarci ed impedirci di osservare la realtà ed imparare a guardarla sotto altri punti di vista,  per capirla ed apprendere qualcosa di nuovo.

Molti penseranno alle accuse di oscurantismo mosse contro la Chiesa ed i suoi dogmi, ma, invero, le false certezze paralizzanti sono molto più diffuse di quanto non possiamo sospettare. Siamo noi stessi a costruircele. Sono i nostri schemi mentali, i nostri pre-giudizi, i nostri pre-concetti che, con il tempo, abbiamo formulato o assimilato dalla società e che ci consentono di non rimettere tutto, costantemente, in discussione.

In alcuni momenti e situazioni è utile avere delle certezze alle quali ricorrere. Ma dobbiamo imparare a dare una chance anche alla possibilità dell’incertezza.

L’incertezza ci invita a rallentare per capire, per vedere e vivere meglio.

Esige un’attenzione maggiore alla realtà, non consente di dare nulla per scontato e ci mette alla prova.

In ‘Lettere ad un giovane poeta’, Rainer Maria Rilke evoca ci invita ad essere pazienti verso a quanto c’è di irrisolto nei nostri cuori.

“Non cercare ora le risposte, che non possono esserti date perché non saresti in grado di viverle. E il punto è proprio di vivere ogni cosa. Vivi le domande ora. E forse troverai pian piano le risposte, senza accorgertene, e un giorno lontano vivrai anche la risposta”

Impegnarci in qualcosa, quando non possiamo essere certi del risultato, genera in noi disagio, un senso di precarietà e difficoltà.

Ci sentiamo così male da desiderare che tutto nella vita sia prevedibile, perché, comunque, vorremmo non sbagliare mai, essere semrpe felici e tutto vada a un buon fine.

In parallelo, però, in quanto esseri umani, non possiamo accontentarci dello status quo, e siamo mossi da una naturale inclinazione verso il cambiamento e la trasformazione.

La certezza ed i comfort, basati sulla ripetizione, le norme, qualcosa di consolidato, standardizzato e codificato, sono, per se stessi, avversi a ogni tipo di mutamento.

Un passaggio chiave nel processo della trasformazione è la fase della confusione, del disagio e dell’incertezza, quando il tempo ci sembra scorrere ad ritmo diverso e quando lo spazio intorno a noi ci pare nuovo, diverso, irriconoscibile.

Così viviamo per un po’ in uno spazio senza luogo, in un tempo sospeso, tra un non più ed un non ancora.

Senza un simile periodo non possiamo varcare la soglia del cambiamento.

Oltre ad essere una fase molto delicata ed, in un certo senso, persino inquietante, è l’occasione per aumentare in modo esponenziale la nostra capacità di apprendere e capire, e, quindi, per crescere e maturare.

Senza tutto ciò, non riusciamo a staccarci da ciò che ci blocca, quindi non siamo in grado di costruirci o procurarci gli strumenti (intellettuali, etici, morali,…) indispensabili a cogliere quanto di maglio la vita ha da offrirci.

L’unica certezza è la nostra incertezza, dicono alcuni.

Noi, non di rado, viviamo come se come se tutto dovesse restare uguale, per sempre. Ma che lo vogliamo o meno, tutto è destinato a mutare.

La continua dialettica tra il nostro desiderio di permanenza e la constatazione del cambiamento, crea in noi inevitabili tensioni.

E se scegliamo di non rispondere abbandonandoci alla paura, alla pasività, alla supina accettazione, siamo paralizzati e non possiamo superare la sfida del cambiamento.

La paura di andare avanti, provare qualcosa di nuovo, mutare spesso direzione è in realtà una mancanza di volontà di gestire l’incertezza.

Governarla non vuole dire essere incoerenti, anzi, esige proprio un livello superiore di coerenza e di maturità.

Il pericolo è di rimanere bloccati nel meccanismo, affogando nella fase della ‘confusione’ troppo lungo, senza riuscire a vedere e godere della possibilità di un’effettiva crescita spirituale, morale, personale, etica.

L’incertezza, in una prospettiva di trasformazione, capacità riflessiva, desiderio di maturare e miglioare, diventa un valore, lo strumento più prezioso che abbiamo per riuscire a realizzarci fino in fondo.

Le certezze apodittiche, i dogmi, i postulati oggi non hanno più senso se imposti perché diventano gabbie di ferro che ci impediscono di procedere.

Tuttavia ciò non significa, come molti sostengono, che non ci siano più Certezze, che si siano estinte. Anzi, nella società multi-sensibile, le certezze sono ancora più salde e forti del passato perché sono continuamente messe alla prova, verificate o, come direbbero gli scienziati ed i filosofi, falsificate.

L’incertezza è un valore perché è il mezzo per costruire certezze di un livello superiore. L’incertezza ed il dubbio sono il nostro unico modo per progredire e migliorare. E l’incertezza, il valore dell’incertezza è il punto dal quale siamo chiamati a ripartire per ricostruire la nuova società del terzo millennio.

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Una Risposta to “E se l’incertezza, fosse proprio un valore?”

  1. aldocannav Says:

    L’incertezza ha svarie sfumature, come le ha la certezza.Spesso ci convinciamo di essere certi solo per paura di non sentirci incerti.Ci può essere sia incertezza con la speranza del contrario,sia certezza con qualche dubbio. La chiave per convivere fra questi due stati d’animo serenamente è l’umiltà.Cioè accontentarci serenamente sia che ci sentiamo incerti,sia che ci sentiamo certi,con la possibilità di sbagliare. Ciò vale per tutte le nostre convinzioni sia certe che dubbiose. Anche nelle persone religiose esistono le espressioni di fede e speranza.Giustamente hai citato il valore dell’incertezza,senza il quale potremmo cadere nella presunzione. Chi crede però nell’amore del Creatore e si affida a Lui è certo che non può essere tradito,perchè il suo amore è l’unico perfetto. Mi ha però colpito apprendere che la Beata Teresa di Calcutta vivesse la sua fede nel dubbio e nell’incertezza.Eppure nella sua vita ha compiuto cose straordinarie.Ciò è pure successo ad altri Santi,fenomeno che la Chiesa chiama la notte dello spirito.Questo però è un’altro argomento,che fà parte della mistica.La mia spiegazione è che la soddisfazione del proprio buon comportamento è un dono umano,che rende meno valide le proprie azioni perchè in questo caso si fanno per interesse,anche se è spirituale.Chi non riesce a godere di ciò che fà di buono,ma lo fà per il senso del dovere, raccoglierà nella vita eterna frutti molto più gustosi. Per questo motivo certi Santi conoscono l’esperienza ( o il carisma ) della ” notte dello spirito “. Posso essere….. certo della precisione delle mie riflessioni?

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