Krishnan Narayanan: una grande promessa della cucina sfama i più poveri

Rinunciare alle prospettive di una carriera di successo e molto remunerativa per dedicarsi mettere il proprio talento al servizio del prossimo?

Una follia in una realtà per chi riesce a vedere, a guardare, a sentire il mondo, una missione per chi si lascia attraversare dalla forza dell’amore e combatte per la dignità anche dei più abbietti, dei più poveri, dei più sofferenti. Questa è la storia di Narayanan Krishnan.

È uno degli eroi della quotidianità premiati dalla  CNN come sintetizza nel video.

 

Krishnan è un brillante, giovane, pluripremiato chef a cinque stelle di un noto gruppo alberghiero, che viene selezionato per un lavoro d’élite in Svizzera.

Una promessa della cucina, con un talento naturale destinato a compiacere i raffinati palati europei.

Ha studiato molto, ha investito molto per raggiungere questo traguardo del quale, ovviamente, non può che esserne orgoglioso, molto orgoglioso.

Ma una rapida visita a casa della famiglia prima di partire per l’Europa cambia tutti i suoi progetti di vita.

Tante volte siamo convinti che la nostra strada sia quella che abbiamo sempre sognato, che siamo abituati a pensare, ma se impariamo ad osservare, a sentire, ad ascoltare… il mondo ci rendiamo conto che il nostro destino, la nostra vera missione, il vero senso e significato della nostra vita è tutt’altro.

“Ho visto un uomo molto vecchio a mangiare i propri escrementi come cibo”, racconta Krishnan. “Mi ha fatto tanto male. Sono rimasto letteralmente scioccato per qualche secondo. Dopo di che, ho iniziato a nutrire quell’uomo ed ho deciso che questo sarebbe stato quello che avrei dovuto fare il resto della mia vita”.

Krishnan è in visita ad un tempio indiano a sud della città di Madurai nel 2002, quando vede l’uomo sotto un ponte. Ossessionato da questa immagine così forte, Krishnan lascia il suo lavoro nel giro di una settimana e torna a casa per sempre, convinto di dovere portare a termine il proprio nuovo destino.

“Quella esperienza mi ha fatto scattare una molla, mi ha fatto scoccare una scintilla e mi ha dato l’ispirazione, mi ha dato una forza che ancora mi arde dentro e mi trascina come una fiamma, portandomi a  servire tutti i poveri, i malati mentali e le persone che non possono prendersi cura di se stesse”, precisa Krishnan.

Krishnan ha fondato una sua organizzazione no-profit, l’Akshaya Trust, nel 2003.

Il giovane, ora ventinovenne, ha già servito oltre 1,2 milioni di pasti agli indiani senza una dimora fissa ed indigenti, perlopiù anziani abbandonati dalle loro famiglie e spesso maltrattati.

“A causa della povertà, in India, i malati mentali sono  così tanti… e sono trascurata, abbandonati al loro destino sul ciglio della strada della città”.

Krishnan sceglie il nome Akshaya perché in sanscrito significa “decadente” o “incorruttibile”, “per indicare che la compassione umana non deve mai decadere o perire. Lo spirito di aiutare gli altri deve prevalere per sempre.”

Inoltre, nella mitologia indù, la “Akshaya ciotola” della Dea Annapoorani sfama gli affamati in eterno senza mai esaurire le proprie risorse.

Krishnan inizia la sua giornata alle 4 del mattino e con il suo team percorre circa 125 miglia in un furgone che è stato a loro donato, generalmente lavorando in un clima con temperature torride.

Cerca i senzatetto sotto i ponti e agli angoli delle strade o nei luoghi remoti dei templi della città.

I pasti caldi che consegna sono piatti semplici, gustosi e  vegetariani che prepara e confeziona personalmente, spesso, consegna a mano a quasi 400 persone ogni giorno.

Krishnan porta sempre con sé un paio di forbici, un pettine ed un rasoio ed è specializzato in otto stili diversi di taglio di capelli che, insieme a una fresca rasatura, donano una maggiore dignità in più a chi egli serve.

Molti dei senzatetto non conoscono il proprio nome o le proprie origini, e nessuno ha la capacità di fare la carità, di chiedere aiuto o di fare qualcosa per ringraziare.

Possono essere paranoici e ostile a causa delle loro condizioni, ma Krishnan dice è proprio questo che lo spinge a non desistere, che gli dà la forza di continuare ad offrire a loro un aiuto.

“Il dolore umano, il soffrire la fame sono la forza che anima me e il mio di Akshaya,” spiega. “Ricevo questa energia dalla gente stessa. Il cibo che cucino… il piacere che ne ho è l’energia. Vedo l’anima della gente, della mia gente. Voglio salvare il mio popolo.”

L’attività del gruppo id Akshaya costa circa 327 dollari al giorno, ma le donazioni coprono riescono a coprire solo 22 giorni al mese.

Krishnan sovvenziona il mancante con 88 dollari che prende di affitto mensile da una casa che gli ha donato suo nonno.

Krishnan dorme nella modesta cucina di Akshaya con i suoi pochi collaboratori.

Da quando ha investito i suoi risparmi di 2.500 dollari nel 2002, ha preso lo stipendio e ora sopravvive son gli aiuti che gli danno i genitori che, un tempo, non lo sostenevano.

“Hanno sofferto molto perché avevano speso tantissimi soldi per la mia formazione. Ho chiesto a mia madre: ‘Per favore vieni con me, a vedere quello che sto facendo.’ Al ritorno a casa, mia madre mi ha detto: ‘Tu nutri tutte quelle persone, finchè io sarò in vita, io nutrirò te.’ Io sto vivendo per Akshaya. I miei genitori si prendono cura di me”.

Per mancanza di fondi, l’organizzazione è stata costretta ad interrompere la costruzione di casa Akshaya, che, negli intenti di Krishnan è un dormitorio dove offrire riparo per le persone che aiuta. Malgrado i pochi comfort ed il suo semplicissimo stile di vita, Krishnan non esita a dichiarare di godersi la vita.

“Ora mi sento così bene e così felice”, dice. “Ho una passione, mi piace il mio lavoro. Vorrei vivere con la mia gente”.

La forza di Krishnan è quella di chi sa rinunciare alle grandi promesse del mondo perché scopre di avere una missione, un compito più alto e lotta con tutto se stesso per portarlo a termine.

La povertà, la semplicità, la fatica, gli sforzi, i sacrifici possono dare anche più gioia, più felicità, più soddisfazione del denaro, del lusso, della carriera, del successo.

Quante volte noi non siamo capaci di prendere il coraggio di guardare la realtà, di vedere quale è il nostro vero ruolo nel mondo, il nostro senso?

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