Kailash Singh, il contadino che non si lava da 37 anni per avere un figlio

Avere un almeno un figlio maschio, in alcune culture, è, ancora oggi, irrinunciabile per un uomo.

Si tratta di un punto di orgoglio ma anche di un’assicurazione sul futuro proprio inteso in termini personali ma anche come discendenza.

 

Il figlio maschio è chi porta avanti la stirpe, l’erede del patrimonio della famiglia, il veicolo privilegiato per tramandare le tradizioni, le usanze, i costumi della famiglia e della comunità, è il custode dei segreti anche professionali, del padre.

Spesso sentiamo le feroci accuse contro l’usanza di sopprimere le figlie, in Cina dove, una legge, vieta di avere più di un figlio.

Ma a che cosa è disposto un uomo pure di avere il tanto desiderato maschio?

Se una delle risposte più all’avanguardia è la fecondazione assistita con selezione genetica, altre soluzioni sono meno tecnologiche e più legate al senso comune, a credenze religiose, superstizioni (come il calendario cinese)

Così, se da un lato ci sono il calendario cinese, l’alimentazione della mamma, ma anche le convinzioni religiose.

A testimoniarlo è la curiosa storia dell’indiano Cailash Singh, che sta rimbalzando da un capo all’altro del mondo.

Caliash è un contadiono indiano che non si lava da 37 anni e la sua scelta ha come sfondo, proprio il desiderio di avere un figlio maschio ed il rispetto di una profezia religiosa.

Singh ha 65 anni e non fa il bagno, né si taglia i capelli dal 1974, subito dopo essersi sposato.

Cercando di giustificare il proprio comportamento anomalo, Singh si riferisce a quanto gli aveva detto un sacerdote quasi una quarantina di anni addietro.

Il religioso gli aveva garantito che gli dei l’avrebbero premiato con il dono della tanto desiderata nascita di un erede maschio qualora avesse seguito il consiglio di non lavarsi.

Al momento, la decisione dell’uomo non ha dato nessun esito positivo: è padre di sette figlie e nessun maschio. Così molti stanno cercando di dissuaderlo mentre egli, prosegue a rimanere coerente alle parole della sua guida religiosa.

L’uomo trascorre tutta la giornata di lavoro ad accudire le mucche e a lavorare nei suoi campi vicino alla città sacra indiana di Varanasi, sulle rive del fiume Gange, dove le temperature superano, regolarmente, i 47C.

L’unico gesto di ‘pulizia’, oltre a lavarsi le mani e la bocca, che si concede Singh, è un ‘bagno di fuoco’ ogni sera.

Si tratta di un preciso rituale nel quale fuma marijuana, pregando il dio induista Shiva e balla attorno ad un falò.

L’uomo ammette che gli abitanti del villaggio rurale di Chatav lo denigrano, “ma” sottolinea egli, “non mi importa perché sto seguendo la volontà di Dio.”

“I bambini mi prendono in giro e mi gridano in faccia che non mi lavo, quando attraverso il paese in bicicletta”, precisa Singh. “Molti sono così stupidi da scherzarmi perché non mi lavo. Non capiscono la mia decisione. Ma io non intendo cambiare idea in quanto sto seguendo la volontà di Dio, non la mia”.

“Anche a mia moglie non piace quello che sto facendo, ma deve sopportare tutti i disagi che devono sopportare io. Inoltre, faccio il bagno al fuoco la sera che mi libera di tutto il sudore”.

La moglie Kalavati Devi ha ormai tentato di tutto per dissuadere l’uomo dal suo inutile sacrificio e renderlo meno puzzolente, ma ogni soluzione si è rivelata vana.

“Abbiamo provato, invano, a buttarlo in un ruscello. Poi abbiamo anche tentato più volte a costringerlo a fare una doccia, ma fa una tale bagarre che non ci riusciamo”

“Dice che preferirebbe morire piuttosto che fare il bagno. E solo quando avrà un figlio cambierà idea. Ormai sono passati così tanti anni che mi sono abituata a questa situazione”

La donna ammette di avere persino minacciato di smettere di dormire con lui se nonsi fosse lavato. Ma ha dovuto anche qui cedere per adempiere al suo compito di essre una moglie fedele e, quindi, di doverne sopportare il fetore.

Pooja, la figlia più giovane, che ha 16 anni, dice che, da ultimo, non le dispiace la strana e bizzarra decisione di suo padre, perché l’ha resa più popolare.

“I miei compagni sono curiosi di vedere e incontrare il mio papà. Continuano a chiedermi come si può vivere per tanti anni senza lavarsi e vogliono vedere per se stessi.”

“All’inizio mi arrabbiavo, ma non c’è niente che possiamo fare perché non ascolta nessuno.”

“In questa calda estate io faccio almeno la doccia almeno due volte al giorno, ma lui non ne vuole fare neanche una. Non so proprio come riesce a vivere”

In tutto il quadro che, ad un estraneo può sembrare paradossale, ma, in vero, ha una sua logica ed un suo senso se osservato in un’ottica religiosa e della cultura tradizionale indiana, Singh conclude: “’Io, non ho un figlio, quindi non posso lavarmi. Forse, nella prossima incarnazione mi laverò”.

La storia di Singh mette in luce un aspetto molto delicato in un mondo globalizzato: non possiamo più permetterci di giudicare gli altri, i loro comportamenti, le loro scelte, prendendo come punto di riferimento i nostri schemi, i nostri valori.

Per rispettarli e comprenderli fino in fondo dobbiamo immedesimarci, metterci nei loro panni, almeno provare a guardare la realtà dai loro occhi.

Solo così è possibile l’empatia, la comprensione ed il rispetto reciproco. Solo così è possibile essere cittadini veri della nuova Società Multisensibile.

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