Abdul Jeelani: la vita dà sempre una seconda chance

Talvolta la vita è generosa, tanto generosa, ma non ce ne rendiamo conto, ci sentiamo forti, potenti. Ma poi, improvvisamente, qualcosa può cambiare.

La ruota inizia a girare al contrario e, in breve, tutta la gloria, la popolarità, la ricchezza si frantumano gettandoci nell’oscurità, nell’anonimato, lasciandoci come gusci vuoti sul palcoscenico della storia. Niente più riflettori, niente più fama, niente più applausi.

Ed è allora che scopriamo la nostra vera forza, la nostra vera levatura. Perché chi è più in alto, chi è stato più baciato dalla fortuna e dal successo, quando cade, fracassa al suolo con più violenza e gli risulta più difficile riuscire a rialzarsi.

Ma la vita, anche quando infierisce contro te nel modo più assurdo, ti dà sempre una seconda possibilità.

Lo sa bene Gray Cole, meglio noto come Abdul Qadir Jeelani, ossia “La mano di Maometto”, una delle star del basket degli anni ’70-80.

Nato da una ragazza-madre di una famiglia di mezzadri a Bells, nel Tennessee, il 10 febbraio 1954, dopo due anni Gray si trasferisce con la mamma e la sorellina a Racine.

Luna Mae, la madre, è una donna molto quadrata che ci tiene molto all’istruzione ed ai valori della confessione dei Battisti. Quando Gray diventa abbastanza grande da potere entrare in una squadra organizzata di basket, poiché la sua famiglia non può permettersi l’iscrizione, egli si mette a vendere dolci porta a porta e raccoglie così i soldi necessari.

Mentre è al college, si interessa all’Islam, ma si converte quando lavora come giocatore professionista in Svezia, nell’inverno del 1976 e cambia il suo nome in Abdul Qadir Jeelani. Mortificata alla vista del figlio con il Fez e che prega Allah, Luna inizialmente si rifiuta di chiamarlo con il suo nome musulmano.

“Quando le ho spiegato che i musulmani onorano Gesù come un profeta amato da Dio, lei gentilmente, mi rispondeva: ‘Va bene finchè credi in Gesù, ma non mancargli mai di rispetto'”, ricorda Jeelani.

Intanto Abdul registra successi su successi. Alcuni lo definiscono “un dio meraviglioso della pallacanestro, bellissimo, mai visto”.

Un dio che tra il 1977 ed il 1979, salva la squadra dell’Eldorado Lazio, con canestri incredibili. Ed è talmente forte che finisce per due stagioni successive nell’NBA per poi ritornare, tra il 1981 e il 1985, in Italia nella Libertas Livorno con un contratto record di 750.000 dollari per quattro anni. Chiude la sua carriera in Spagna, con  al carico 5038  punti in sei stagioni.

Ma Abdul lo sa: “La vita è come lo sport, hanno le stesse regole”

Così, mentre tutti si immaginano il dio dal sorriso dolce e dai capelli crespi a godersi i suoi soldi e i suoi 56 anni nella sua casa americana con la famiglia, invero, Jeelani ha smesso di essere un dio e, come spesso accade nella società statunitense, finisce dannato e dimenticato.

Con due divorzi alle spalle e due figli ormai grandi, Azim e Kareema, un vecchio debito di 3.700 dollari per una vicenda di alimenti non pagati,e la mamma malata di diabete che muore nel 2004, con due anni di lavoro alle spalle come supervisore della linea di produzione a Johnson Wax di Racine ed il ricordo di tante ombre e troppe notti sbagliate quando era all’apice del successo, Abdul, un Nureyev bello e dannato, senza affetti, cade in una spirale.

“Dopo il pensionamento, poi il divorzio, credo che ci fosse un po ‘di frustrazione. Ho iniziato a bere birra e qualsiasi altra cosa. È tata una specie di escalation. Volevo uscirne. Avrei voluto lasciare il Wisconsin, ma ovviamente, avevo bisogno di soldi “.

“Nel 2009 ho perso il lavoro, poi mi sono ammalato di diabete, quindi mi sono dovuto operare tre volte per un cancro alla prostata al quale è seguito un lungo periodo di cure. Sono guarito, per ora è tutto ok”.

Nei momenti più tristi è stata proprio la fede, quella stessa fede che inquietava sua mamma e che lo aveva fatto soprannominare “la mano di Maometto” a salvarlo.

“Ho pregato spesso, Allah mi ha aiutato, ma tutto questo fa parte della vita”.

Abdul non ha mai dovuto dormire per strada perché di solito un amico o qualche parente lo ospita.

In due occasioni, però, è costretto a trasferirsi nel centro di accoglienza HALO (Organizzazione Assistenza Homeless Racine Leadership), dove è stato ritrovato da un giornalista, in occasione del 30 ° anniversario del suo primo indimenticabile canestro nella storia dei Mavericks.

Azim e Kareema cercano di convincerlo ad andare a vivere con loro, ma Abdul vuole e deve uscire da solo dall’abisso nel quale si è gettato da sé.

“Un sacco di gente, quando raggiunge questo punto, perde la loro fiducia in sé, l’amor proprio e il rispetto di sé. Raggiungono dei livelli così bassi, semplicemente perché nessuno si preoccupa di loro”, spiega il direttore esecutivo di HALO Kevin Cookman. “Fino a quando non si sentono un po’ appoggiati, hanno paura a uscire dalla loro situazione, temono di essere disprezzati e giudicati, quindi non provano a cambiare”

La filosofia di HALO è molto precisa al riguardo: accoglie solo chi accetta intraprendere tutta una serie di attività per rimettersi in carreggiata. Significa che chi non vuole o non riesce a cambiare strada, prima o poi dovrà abbandonare l’istituto.

E la vita dà anche a Abdul la seconda chance.

Mentre sta pranzando alla mensa HALO, entra un gruppo di dirigenti della Johnson Wax che presta un giorno di servizio di volontariato, come da programma di un corso di formazione che stanno seguendo.

Uno di loro è un italiano, cresciuto a Livorno,che ha sentito molto di questo grande giocatore americano di nome Jeelani. L’uomo è sorpreso dal trovarsi seduto di fronte ad Abdul in una mensa per senzatetto e dal sentire la struggente storia di come ha perso il lavoro, la casa, la salute per cadere nella massa degli invisibili.

“Abbiamo trascorso una serata preparando per queste persone una cena e intrattenendoci con loro. Non sono espertissimo di basket, gli ho chiesto come mai parlasse qualche parola di italiano. Allora mi ha detto come si chiamava e che aveva giocato in Italia. A quel punto mi sono ricordato di lui soprattutto per quella strana assonanza di nome con l’altro americano con cui faceva coppia a Livorno, Kevin Restani”

E Abdul non si lascia scappare l’occasione: chiede all’italiano che ha incontrato di lanciare un messaggio di aiuto in suo nome attraverso il sito facebook dei suoi fan. Si rivolge a chi lo ricorda a Roma, a chi lo ha amato pazzamente a Livorno, a tutti quelli ai quali ha regalato solo gioia con i suoi canestri.

Appena ritorna in Italia, diffonde la notizia innescando un’incredibile catena di solidarietà.

In pochi giorni, i funzionari HALO sono stati inondati di email e telefonate  dall’Italia, che vogliono la conferma che questo Abdul Qadir Jeelani sia effettivamente la star del basket.

L’amore degli italiani per il loro campione è tale che arrivano anche molti messaggi in italiano. Così è Jeelani stesso che li traduce.

“Appena si è reso conto di quante persone davvero si preoccupavano per lui e redevano in lui, ha iniziato a riprendere fiducia in sé”, dice Cookman. “è stata una cosa molto toccante da vedere”.

È Simone Santi, presidente della Lazio Basket, che da piccolo, adorava il grande dio del basket nero, lo vuole in un progetto ambizioso che nel Lazio gestisce 12 centri con 600 ragazzini di 27 nazionalità diverse, dove i figli delle periferie possono trovare un momento di serenità con la palla a spicchi. Il contatto con Jeelani nasce proprio su questi presupposti. Offrirgli un impegno in palestra con gli “ultimi”.

E Abdul non si tira in dietro: “Perfecto. Sono orgoglioso di far parte di questo progetto, è un’opportunità che mi viene regalata quella di aiutare gli altri. Il basket mi ha portato nel mondo, mi ha fatto guadagnare tanto e mi ha fatto conoscere molta gente”

Ritornando a Roma, Abdul riscopre la bellezza della vita.

“A un certo punto scopri che nella vita, non sai mai che impatto e che effetto hai sigli altri, finché non ti trovi in una situazione come questa, quando sei in un ricovero per senzatetto “, spiega Abdul.

“Il potere dello spirito umano è incredibile. Gli esseri umani sono piuttosto impressionanti quando vogliamo vivere e abbiamo aumentano i nostro bisogni”

“La vita ritorna a essere di nuovo bella. È veramente una benedizione anche solo poterla vivere ed esserle grati non solo per i nostri successi ma anche per i nostri fallimenti”

Perchè, in vero, sono proprio i nostri fallimenti che ci dimostrano quanto siamo forti, che ci danno la possibilità di rialzarci più forti di prima, per dimostrare quello che valiamo davvero, per renderci conto di quanto siamo o possiamo essere importanti, davvero. Perché ognuno di noi ha una vita che è degna di essere vissuta sempre, anche se spesso non se ne rende conto…

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2 Risposte to “Abdul Jeelani: la vita dà sempre una seconda chance”

  1. Miche, tifosissimo Libertas Livorno e ammiratore di Abdul.
    Emozionato per il Ritorno del grande Abdul e per averLo rivisto in TV ieri sera. Mi sarei ancor più emozionato nel rivedere qualche immagine delle infinite prodezze che il Magico Abdul ha confezionato per la gioia e Passione dei suoi 4.000 tifosi dentro il palasport di via Allende e di tutti i suoi avversari, soprattutto i cugini di via Cecconi.
    La delusione per la scomparsa del Grande basket a Livorno, onorato dalle immense sfide tra le due cugine, rimarrà unito all’indelebile ricordo del più grande Giocatore visto in Italia.

  2. Leggendo questo articolo, ho provato tanta emozione e pienezza, forse perchè ogni giorno vivo a stretto contatto con persone che cercano aiuto per intraprendere tutta una serie di attività per rimettersi in carreggiata e uscirne fuori da quel tunnel chiamato”sostanze”. Puttroppo c’è chi non vuole o non riesce a cambiare strada e questi sono quelli che lasciano nel mio cuore delle ferite.Fortunatamente ci sono anche dei “Abdul Qadir Jeelani” che nel mio cuore lasciano battiti di serenità e a tutti loro io dico: grazie, grazie perchè testimoniate che la vita è una ed è degna di essere vissuta sempre, anche quando sembra che si sta toccando il fondo.
    Un abbraccio caloroso al grande Abdul Qadir Jeelani, perchè adesso può dire di aver vinto la partita più preziosa e importante della sua carriera
    Grazia

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