Dana Cummings: il marin senza gamba che ha coraggio di reagire e di trasmetterlo agli altri con il surf

Non di rado, nella vita, specialmente davanti alle difficoltà, siamo portati ad avere atteggiamenti o comportamenti passivi, remissivi. Non abbiamo il coraggio la forza di reagire, di prende in mano il destino e costringerlo a piegarsi al nostro volere. Non ci manca la forza per compiere un simile gesto, ma la motivazione giusta, la volontà. Così ci lasciamo vivere, ci lasciamo trasportare dagli eventi e non stupisce che tutto ci sembri vuoto, triste, grigio.

Ma c’è anche chi ci insegna che imparando a tirare il nostro coraggio, nulla è impossibile. È la scoperta che ha fatto Dana Cummings torna, un marine che, tornato a casa illeso da due missioni durante la prima Guerra del Golfo, ha poi perso una gamba in un incidente stradale dieci anni dopo.

Per un uomo abituato alle situazioni più dure ed estreme, abituato a guardare in faccia la morte e disposto a sacrificare la propria vita in nome dei suoi ideali, avere una gamba in meno non avrebbe dovuto costituire un ostacolo.

“Avrebbe dovuto” perché, invero, Dana è un uomo divorziato e padre di tre figli e, in seguito all’incidente, si sente abbandonato, impotente, senza nessuna motivazione per reagire e guardare al futuro.

Davanti al grave fatto si trova solo e non c’è nulla di peggio per un uomo che vedere il vuoto attorno a sè.

“La mia ragazza mi ha lascito. Tutto mi sembrava mi crollasse addosso. Così ho anche rifiutato di sottopormi alle cure ed alla riabilitazione fisica che la mia assicurazione mi garantiva”.

A questo punto, però, riemergono il suo coraggio e la sua tenacia.

Si rende conto di dovere essere forte per se stesso e per i propri figli. Quante volte vediamo dei genitori compiere gesti eroici, ai limiti dell’umano, dell’immaginabile e del concepibile, in nome dei figli?

È sorprendente la forza dell’amore genitoriale.

Non si tratta semplicemente di un senso del dovere, di un istinto di protezione, è qualcosa di più: è l’amore più poro e disincantato.

Di conseguenza, Cummings inizia un intenso allenamento in ospedale, ma, poi, trova la forza per dare una svolta definitiva al suo percorso di riabilitazione, trova l’ispirazione in qualcosa che è, quantomeno, apparentemente improbabile: una tavola da surf.

“Volevo dimostrare che ero ancora io, completamente, tutto intero, anche senza la gamba. E uno dei modi per farlo era di imparare a fare surf”, spiega Cummings.

“Quando diventi disabile, ti senti in trappola. E quando ho percepito il primo respiro di libertà, nel cavalcare quell’onda, ero come rinato e mi sono detto, ‘Questa cosa è così buona, così entusiasmante’. Volevo condividere quella sensazione che ho provato con gli altri”.

Quando la nostra forza e il nostro coraggio ci aiutano a superare i limiti che, spesso, sono più nella nostra testa che reali, la sensazione di sicurezza, la scoperta o ri-scopera del piacere di sentirsi come tutti gli altri, di sapersi forte anche davanti alle maggiori difficoltà, diventa contagiosa. Quando capiamo di “potercela fare”, ci rendiamo conto di quanti si trovano nella nostra stessa situazione e non reagiscono solo perché non sanno di potere reagire.

E, proprio per riuscire a realizzare questa ambiziosa nuova missione verso il prossimo, Cummings, nel 2003, aiuta a creare l’Associazione dei “Surfers Amputati”, o AmpSurf.

Si tratta di un ente no-profit, gestito da volontari dedicati ad insegnare alle persone con qualsiasi tipo di disabilità, il modo di riprendere in mano la propria esistenza proprio praticando il surf.

 “Vogliamo dare a queste persone una motivazione per andare avanti, per essere attive e vivere appieno la loro esistenza”, sottolinea Cummings.

“Vogliamo che, con questa nuova forza che scoprono dentro sè, se ne vadano via camminando di nuovo, con le loro gambe. Vogliamo che riacquistino la fiducia in se stessi per potere fare tutto quello cha passa a loro nella mente.”

Il co-fondatori dell’associazione con Cummings, sono il suo tecnico ortopedico e altri due uomini che hanno subito amputazioni. Uno di costoro è Rodney Roller, l’uomo che ha insegnato Cummings a fare surf.

AmpSurf è aperta a chiunque abbia delle disabilità che spaziano dalle lesioni del midollo spinale alla cecità, dai disordini da stress post-traumatico all’autismo. Il settanta per cento dei membri sono veterani di guerra.

Il gruppo si incontra una volta al mese su una spiaggia della costa californiana. Ai partecipanti vengono dati cibo, tavole da surf, mute, creme solari e asciugamani. Ognuno è in coppia con uno o più volontari o istruttori in base alla sua capacità di fare surf, oltre che dal tipo di disabilità.

Prima di entrare in acqua, ricevono istruzioni su come arrivare alla tavola.

“Ma le riunioni non riguardano solo il fare surf,” puntualizza Cummings.

“Portiamo la gente a nutrirsi delle storie degli altri e di aneddoti di situazioni simili alla loro e a quello che sta passando. Per me, questa è stata la più grande riabilitazione mentale che avrei mai potuto avere.”

La condivisione ci aiuta a sentirci meno soli, meno isolati. Vedere che altri provano le nostre stesse emozioni, le nostre stesse paure, le nostre stesse sofferenze, o magari sono costretti ad affrontare qualcosa di più grave, ci stimola, ci consente di relativizzare quello che, prima sembrava un ostacolo insormontabile. Ci può dare la forza e il coraggio di combattere.

Anthony Davis è un veterinario che ha partecipato all’iniziativa di Cummings. È un nuotatore di salvataggio della Marina in pensione, ha 28 anni, ed è paralizzato dalla vita in giù a causa di un incidente stradale.

“Ricordo che al risveglio in ospedale a Seattle non ero in grado di muovere le gambe”, afferma. I medici hanno detto Davis che aveva il 99 percento delle probabilità di non camminare più e un 60 per cento di non uscire mai di casa sulla sedia a rotelle.

Quante volte, specialmente davanti alle disgrazie, preferiamo fidarci di quello che ci dicono gli altri, i medici, invece che fidarci di noi stessi? Quante volte è più facile credere di non potercela fare, di non essere in grado, di non essere all’altezza, senza nemmeno provarci, solo perché gli altri ce l’hanno detto?

Ci fidiamo più delle opinioni del prossimo piuttosto che di noi stessi.

Ma Davis ignora le statistiche, non si arrende alle evidenze. È più forte, è più coraggioso. Vuole riprendersi in mano la vita e contiuare a goderla fino in fondo, indipendentemente dalla possibilità o meno di utilizzare gli arti inferiori. Così, presto, non solo si rimette in piedi – con l’aiuto di Cummings- ma, soprattutto, si mette su una tavola da surf.

“quando faccio surf mi sembra quasi di volare”, dice Davis. “Mi sento come se non avessi bisogno delle gambe. Questa esperienza mi ha cambiato la vita, mi ha aiutato a sentirmi molto più forte e più fiducioso.”

Un anno dopo, Davis ha imparato a camminare di nuovo e adesso continua ad ispirare chiunque gli stia intorno, compreso Cummings.

“Mi manca la mia gamba e ci sono giorni che non voglio alzarmi dal letto”, ammette Cummings. “Ma non posso immaginare come ci si senta quando ti dicono che non potrai mai più camminare e tu li smentisci. Non capisco dove uno riesca a trovare questa forza e coerenza interna, non solo per pensare una cosa del genere ma anche per farla davvero. Anthony è incredibile”.

Tra le più di 300 persone che hanno partecipato alle iniziative di AmpSurf c’è anche Ruhe Brian, un 35enne che ha perso entrambe le gambe, dal ginocchio in su, quando aveva 18 anni.

“Molti di noi hanno subito amputazioni o qualche tipo di paraplegia, tetraplegia, o sono bloccati su una sedia a rotelle o sono attaccati a una macchina e fanno un’esperienza di liberazione sentendosi parte della natura. Sentono di essere liberi di muoversi nell’acqua” dice Ruhe.

Ogni anno, AmpSurf sponsorizza un gruppo di veterani disabili e non-veterinari in riabilitazione offrendo a loro una settimana di surf e di altri eventi sportivi.

I finanziamenti per tutte le attività AmpSurf provengono da donazioni individuali e dalle aziende locali.

Per Cummings, AmpSurf sarà sempre qualcosa di più che semplicemente un modo di fare surf e stare nel mare, si tratta di felicità, non solo per i partecipanti, ma anche per lui e i suoi volontari.

“Io dico sempre ai volontari, ‘Stai per ottenere 10 volte di più da questa persona che aiuti oggi, di quello che tu fai per lei. Perché tutti ci nutriamo a vicenda. Per questo non possiamo fare a meno di essere felici'”

E conclude: “Nessuno di noi è pagato, ma torniamo mese dopo mese, anno dopo anno, perché ci fa sentire bene aiutare qualcuno.”

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