Parlare di fede e spiritualità aumenta la soddisfazione delle persone in ospedale

Il momento della malattia mette l’uomo davanti alle proprie debolezze e fragilità, perciò, non di rado, è proprio in simili circostanze che siamo più inclini a pensare, a ragionare, a discutere su temi molto delicati e sensibili quali la religione, la fede, la spiritualità.

E se molti studi hanno già dimostrato il potere calmante, rasserenante e, talvolta, persino “terapeutico”, della preghiera quando ci  troviamo in ospedale, pochi hanno, effettivamente, ancora preso atto dell’importanza, per i pazienti, di avere un interlocutore che, realmente, dia loro la possibilità di affrontare l’argomento.

Di norma, in Italia, la questione è affidata al cappellano, al prete, alla suora o qualche volontario che passano per i reparti e le corsie.

Una ricerca dimostra che i pazienti ospedalizzati ai quali è data la possibilità di parlare di religione e spiritualità con il team sanitario che si occupa di loro, sono i più soddisfatti dei trattamenti ai quali sono sottoposti.

Tuttavia, il 20 per cento dei pazienti che avrebbe apprezzato questo tipo di discussioni ammette che il loro desiderio è stato insoddisfatto, secondo un nuovo studio condotto da Joshua Williams dell’Università di Chicago, e dai suoi colleghi, pubblicato online sul Journal of General Internal Medicine.

Le questioni religiose e spirituali sono particolarmente importanti durante i periodi di malattia, sofferenza e morte.

Alcuni dirigenti medici e politici negli Stati Uniti hanno esortato i sistemi sanitari a prestare la dovuta attenzione alle preoccupazioni spirituali dei pazienti.

Tuttavia, vi è disaccordo su chi dei membri del team sanitario dovrebbe badare e rispondere a simili preoccupazioni.

Secondo i pazienti ospedalizzati esaminati dalla ricerca, è indifferente di chi affronti l’argomento, l’importante è di poterne parlare con qualcuno.

Williams ed il suo team hanno analizzato i dati raccolti tra gennaio 2006 e giugno 2009 su 3141 pazienti nell’Università degli Studi Hospitalist di Chicago.

In particolare, gli autori erano interessati a capire se i pazienti volevano che le loro preoccupazioni religiose o spirituali fossero affrontate in ospedale, se qualcuno ha effettivamente parlato con loro di questioni religiose e spirituali, e quale membro del team sanitario se ne è preoccupato.

Hanno inoltre esaminato la soddisfazione dei pazienti per l’assistenza ospedaliera complessiva ricevuta.

Il risultato dell’analisi è che il 41 per cento dei pazienti avrebbe voluto discutere di problemi religiosi o spirituali con qualcuno, mentre si trovava in ospedale, ed il 32 per cento ha ammesso di avere avuto la possibilità di confrontarsi davvero su questi argomenti.

Tra coloro i quali hanno preso parte a simili discussioni, il 61 per cento si è confrontato con il cappellano, il 12 per cento con un membro della propria comunità religiosa, l’8 per cento con un medico ed il 12 per cento con qualcun altro.

La metà dei pazienti che avrebbe voluto affrontare la questione, non ne ha avuto la possibilità mentre, uno su quattro dei non  interessati a questioni spirituali ne ha, comunque, parlato.

“Non sembra avere importanza se i pazienti hanno detto che volevano una conversazione spirituale-religiosa o no”, ha detto Farr Curlin, dell’Università di Chicago. “Anche i pazienti che ne sono stati coinvolti loro malgrado, hanno poi avuto livelli di soddisfazione nel rapporto medico-paziente, notevolmente superiori rispetto a chi non ha parlato di questi temi”

I parametri che sono stati esaminati per vedere la soddisfazione dei pazienti, includono: la soddisfazione per la cura dei medici, la fiducia nei medici, l’eccellente lavoro di squadra tra medici e infermieri e la cura generale.

Gli autori della ricerca hanno, inoltre, trovato che i pazienti più anziani, gli afro-americani, le donne, le persone meno istruite e chi soffriva di maggiori dolori aveva maggiori probabilità di parlare delle proprie preoccupazioni religiose e spirituali con qualcuno in ospedale.

Perciò gli studiosi hanno concluso che: “Molti pazienti ricoverati vogliono più possibilità di  parlare di problemi religiosi e spirituali di quanto, effettivamente, ne abbiano adesso. Quindi i nostri risultati suggeriscono che i medici, gli infermieri, le organizzazioni sanitarie ed i reparti di cura pastorale dovrebbero prestare molta più attenzione a questo bisogno insoddisfatto e, contemporaneamente, migliorare la soddisfazione dei pazienti parlando con loro, nel contesto ospedaliero, delle loro preoccupazioni religiose e spirituali “.

Purtroppo, molti ospedali, malgrado sbandierino concetti di olismo, di attenzione nei confronti dei pazienti… invero si preoccupano solo di corpi, di malattie, di patologie, e non delle persone, degli uomini e delle donne che giacciono nei letti, delle loro emozioni, delle loro paure, delle loro sensazioni.

Eppure, anche solo andando una volta in ospedale, si riesce a capire quanto è importante, per chi sta soffrendo,  un semplice sorriso, una parola, uno sguardo. La magia ed il potere di questi piccoli gesti sono infiniti.

E potersi confrontare con qualcuno su temi che, magari, nella vita di tutti i giorni, si danno per scontati, o ai quali non si pensa affatto, come la spiritualità o la religione è davvero fondamentale perchè aiuta i pazienti a ritrovare la propria unità di corpo e spirito, di anima e mente: li aiuta a sentirsi ed essere ancora, fino in fondo, In-dividui, Uni-Cum.

Una Risposta to “Parlare di fede e spiritualità aumenta la soddisfazione delle persone in ospedale”

  1. L’associazione AVO ha lo scopo di seguire le esigenze materiali di malati,specie se abbandonati da parenti ed amici. Penso che molti aderenti all’associazione parlino già ai loro assistiti su argomenti religiosi e spirituali. Il letto d’ospedale è adatto per argomenti del genere perchè il malato si rende conto della sua fragilità,cosa che non capiamo quando stiamo bene,perchè è molto difficile per noi la pratica dell’introspezione,che ci fà capire quanto siamo dipendenti dal nostro prossimo e dall’aiuto della provvidenza divina.

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