La buona o la cattiva sorte dipendono dal fatto che ci siamo lavati le mani?

Dopo avere a lungo riflettuto insieme su come influiscono sulla nostra vita il caso  ed il destino (le foglie del destino) vedendo che in entrambe le circostanze non possiamo cancellare in modo totale il libero arbitrio, cerchiamo di capire quali sono le novità nell’ambito di un altro argomento molto intrigante: la fortuna.

Una vecchia locuzione latina diceva Faber est suae quisque fortunae, “Ciascuno è artefice della propria sorte”. Malgrado le circostanze, le casualità, anche noi stessi apportiamo un grande contributo alle nostre fortune o sfortune, che ce ne rendiamo conto o no.

Anche il nostro modo di porci davanti alla vita, il nostro atteggiamento positivo o negativo, attivo o passivo influiscono sugli esiti di quanto ci accade. 

Inoltre, secondo una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Experimental Psychology, siamo propensi a crede che la buona e la cattiva fortuna possano essere lavate via.

Gli autori dello studio (Rami Zwick, dell’Università della California, Alison Xu Jing dell’Università di Toronto, e Norbert Schwarz della University of Michigan) dimostrano che la nostra disponibilità a correre dei rischi dipende dal fatto che ricordiamo o meno precedenti situazioni fortunate o sfortunate e dall’esserci lavati le mani prima di impegnarci a prendere la decisione rischiosa.

In un primo esperimento, 59 studenti di economia di un’università del Nord America, sono stati invitati a ricordare un episodio nel quale hanno avuto fortuna finanziariamente o uno di sfortuna economico-finanziaria.

Poi hanno ricevuto una salviettina ed a metà di loro è stato detto di usarla per pulirsi le mani, agli altri no. Quindi sono stati invitati a compiere delle scelte.

I ricercatori hanno scoperto che chi ha evocato una circostanza sfortunata e si è pulito le mani e chi una fortunata senza lavarsi le mani, è più propenso ad optare per le soluzioni più rischiose.

Tra le persone “sfortunate” e con le mani pulite, il 73 per cento ha selezionato l’opzione più rischiosa, di contro al 36 per cento dei ragazzi che hanno ricordato sfortune e non hanno lavato le mani.

Dei “fortunati” il 77 per cento con mani sporche, ha deciso per l’alternativa più rischiosa, contro il 35 per cento di quelli con le mani pulite.

In un secondo esperimento, gli studenti hanno ricevuto 100 dollari da giocare.

Gli sperimentatori hanno mostrato ai partecipanti una palla rossa ed una verde e le hanno poste in un sacchetto. Poi li hanno invitati a scegliere il loro colore “vincente” e ad estrarre dal contenitore una delle due palline senza vederla. Scegliendo il colore giusto, avrebbero vinto 50 dollari.

Il risultato è che i partecipanti “fortunati” nel primo esperimento, hanno  scommesso più soldi nel secondo rispetto agli “sfortunati”.

In conclusione sembra, dunque, che, davvero, se ci sentiamo “puliti” e ci mettiamo in un mood, in uno stato d’animo ottimista, ossia se pensiamo positivo, allora ci portiamo fortuna, il mondo pare arriderci e siamo più coraggiosi, più propensi a metterci in gioco e rischiare.

Se invece ci sentiamo sporchi e vediamo tutto nero, il bicchiere è sempre mezzo vuoto, allora è molto più difficile che riusciamo a cogliere le occasioni dateci dalla vita, siamo succubi degli eventi, non reagiamo. Il risultato è che non siamo in grado nemmeno di uscire dalla spirale nera e lasciare germogliare la buona sorte seminata sul nostro cammino. 

2 Risposte to “La buona o la cattiva sorte dipendono dal fatto che ci siamo lavati le mani?”

  1. La fortuna aiuta gli audaci e, chi non risica non rosica, sono due proverbi che corrispondono a verità. Bisogna però avere le giuste competenze per ottenere buoni risultati. Naturalmente esiste sempre una percentuale di imprevisti che aiutano o impediscono il successo,indipendentemente dalle capacità di chi agisce.

  2. pensare positivo, essere sempre e comunque ottimisti, camminare a fronte alta (postura) consapevoli che quello che non accade in mille anni può accadere in un istante.
    I vecchi di qualche tempo fa dicevano che al meglio e al peggio non c’è limite; gli ottimisti tengono più in conto la prima parte e Seneca corre in loro soccorso con questa frase: “perchè preoccuparsi di cose che forse non accadranno mai'”.

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