Roberto Bruzzone si fa amputare una gamba perchè non vuole camminare, ma correre incontro alla vita.

Roberto Bruzzone, l’“atleta con la gamba in spalla” come gli piace definirsi, a causa di un terribile incidente in moto, vede cambiare completamente la sua esistenza.

Roberto è un eroe che ha deciso di privarsi di una parte del corpo per sentirsi una persona completa, un vero e proprio In-divisuus.

Non importa ciò che il destino gli riserva, continua ad affrontare tutto, con un sorriso meraviglioso ed una grande forza. Questa è la storia della sua sfida, della guerra che ha vinto contro tutto.

Dopo una giornata in moto con gli amici, Roberto sta ritornando a casa in modo lento e tranquillo poi, ad una curva, accelera e compie un terribile incidente: viene investito dalla macchina che cerca di superare e da quella che gli viene di fronte.“Mi ricordo che ho pensato: se va come deve andare, oggi muoio. Ci sono. Invece, poi, è andata bene. Nel male, è andata bene.”

Una volta caricato sull’ambulanza prova un dolore acuto alla gamba destra ma pensa “sono forte. Mi rimetteranno in piedi in fretta”. Intanto si rende conto che il piede si sta gonfiando e gli duole.

All’inizio ha, dunque, ancora il piede. I medici sperano di riuscire a salvarlo malgrado sia già nero. Ed egli pensa “cavolo, adesso per quattro mesi, non posso più andare in palestra. Ma poi, quattro mesi sono diventati quattro anni”.

Quattro anni di inferno. Dapprima lo sottopongono ad un’operazione parziale, sempre sperando di recuperare la gamba. “Al fatidico giorno i medici mi hanno detto: ‘ci sarebbe da tagliare due o tre dita’. Quando poi mi sono guardato dopo l’operazione, mi è crollato il mondo addosso. Ero proprio convinto di non riuscire più a camminare…”

Gli hanno raschiato completamente la parte inferiore dell’arto lasciandogli soltanto ossa, tessuti e tendini.

“Io l’ho visto, sai era come uno zoccolo bruciato. Mi sono guardato e ho detto: ‘no, ora mi sveglio, è finito tutto.”

Purtroppo, però, non c’è modo di svegliarsi, perché l’incubo è la cruda realtà.

I medici cercano di rassicurarlo ma la situazione peggiora sempre più finché Roberto, riprende la sua esistenza in mano e decide di chiedere l’amputazione per potere ritornare a vivere, a camminare e a correre incontro al suo futuro.

Il medico cerca di dissuaderlo e convincerlo: “guarda che con una protesi, poi, non so se cammini e se cammini bene” allora Roberto lo guarda e gli dice “infatti io non voglio camminare, voglio correre!”

Questa è la forza di Roberto. La stessa forza e lo stesso coraggio che lo portano a dire: “Alla fine nella tragedia, io ho dovuto prendere il buono, l’insegnamento che ti dà la vita:…Ho la protesi da cinque anni: però sono vivo.”

Una volta stabilito di amputare l’arto, il ragazzo chiama il fratello e la mamma e lo comunica a loro: “Ho deciso di fare un intervento voglio fare l’amputazione della gamba destra. Voglio togliere tutto perché così, io non ci vivo più”.

Nella stanza dell’ospedale cala un gelo improvviso: un attimo che dura un’eternità. Poi la mamma gli consiglia di pensarci bene, tuttavia, lo appoggerà: “comunque, noi ci siamo”.

Ed è proprio il sostegno  dei famigliari, degli amici un fattore fondamentale in un momento così drammatico. E Roberto, sua mamma, suo fratello Massimo lo sanno bene.

Lo sa la mamma che si tiene dentro il cuore la tempesta di dolore nell’assistere alla sciagura.

Lo sa Massimo quando rievoca il disarmante senso di impotenza davanti al dolore di una persona amata: “Lui, quello che ha sentito lo sa, però la maggior parte delle volte non ha visto perché era sotto sedativi o sotto morfina. Non ha visto com’era. Io, invece, l’ho visto. Era l’espressione del dolere. Io potevo solo limitarmi a guardare”.

Roberto sa che la sua decisione di procedere con l’amputazione è “contro natura, perché non è facile, soprattutto a 21 anni” rinunciare volontariamente ad una gamba.

Ma confida a Massimo: “se l’operazione va bene ed io riuscirò di nuovo a camminare, sappi che non smetterò più”. Ed, in effetti, così è stato. Solo che Roberto non si è, davvero, accontentato, semplicemente, di camminare: è corso incontro alla vita ed ora è la vita stessa a doverlo rincorrere

“Per farti capire il cervello fino a dove arriva… Io dopo l’operazione, quando ho alzato la coperta e ho visto che non c’era più la gamba, ero contento. Ero contento di essere senza una gamba”. Può sembrare paradossale, ma, davvero, solo ora che non ha più la gamba, Roberto si sente una persona completa. Solo ora può ritornare a vivere davvero.

Nei primi momenti, quando calza la prima protesi, i dubbi lo assalgono: è stato un errore? Sarebbe stato meglio tenere l’arto ed il dolore? Che cosa ho fatto?

Sono pensieri fugaci che attraversano la sua mente di ragazzo. Un ragazzo giovane, forse troppo giovane per prendere una decisione del genere. Riflessioni, fantasmi ed incubi che potrebbero portarlo alla disperazione, allo sconforto, all’ansia.

Ma non è così perché Roberto ha in sé una forza, un’energia insospettabili che lo spingono subito a sostituire le sensazioni negative e le paure con un’infinita voglia di ricominciare, di vincere lui la sfida contro il suo destino: “E ora? Devi saltellare a casa!”

Scompaiono, così, definitivamente, le remore ed i timori di avere commesso un grave errore, privandosi dell’arto destro. “L’ho pensato ma, allo stesso momento andavo già oltre. Dicevo: ‘non farti delle storie mentali inutili perché intanto ormai sei così. Quindi trova il buono in questa situazione perché, ormai, indietro non ci torni più.”

Ed il “buono” che cerca costantemente, con un’incredibile caparbietà e costanza, tutti i giorni, gli dà la forza ed il coraggio di rimettersi in gioco, di riprendere a praticare l’amato pugilato, a nuotare, ad andare in moto… La sua forza ed il suo coraggio si spingono anche oltre, sino a tal punto che, nel giro di un anno, è già a 4000m sul Kilimanjaro.

La sua “testa è più dura del marmo”, come suggerisce Massimo. La sua incredibile tenacia gli dà il coraggio di reagire alle circostanze anche con un pizzico di autoironia. Così non demorde e si accetta per come è adesso con il suo “io tecnologico”, la protesi che ha ormai, tanto interiorizzato, da viverla come “un’estensione del proprio sé”.

La forza ed il coraggio di Roberto sono, però, determinati anche da chi lo circonda.

“La cosa bellissima della mia famiglia, dei miei amici, delle persone che mi sono state vicino, è che hanno evitato uno sbaglio: di avere quel senso di protezione… io lo chiamo trattarti da handicappato. Quello l’ho apprezzato tantissimo”

I cari di una persona con una menomazione, di norma, possono scegliere tra due diversi atteggiamenti.

Uno di compassione, di protezione, che gli dimostra la loro apprensione, la loro vicinanza, ma che potrebbe rischiare di gettarlo nel tunnel dell’autocommiserazione, del fatalismo, della passività, della remissività.

L’altro, apparentemente più duro ed insensibile, è di continuare, in un certo senso, a trattarlo come prima. Questa è la strada che segue chi sta accanto a Roberto.

Di primo acchito egli crede che siano indifferenti al suo dolore, al dramma che lo ha colpito, ma poi, capisce che soffrono e patiscono quanto sta soffrendo e patendo lui.

E si convince che la loro sia una strategia vincente perché lo sprona a dimostrare la propria grinta, a reagire e, quindi, a vincere la propria guerra personale quotidiana: “All’inizio pensavo che fosse menefreghismo. Invece no.”

Malgrado l’immenso amore della madre e del fratello, nel cuore di Roberto c’è, però, sempre la sofferenza per un vuoto incolmabile. È il vuoto che ha lasciato suo padre. L’ha perso alla tenera età di 14 anni: il momento più delicato della crescita di un ragazzo.

“All’esordio di ogni domanda c’è sempre un ‘ma con il tuo problema…’. Ed io ho sempre risposto la verità e ho sempre detto: ‘non pensiate che questo il sia mio problema’”. Invero il suo problema è stata la dura verità di dovere accettare di perdere il padre, “il tuo eroe”, la figura forte, di riferimento alla quale  un quattordicenne vorrebbe assomigliare. “Ti viene a mancare il tuo mito. E poi subentrano anche tutte le altre cose e vedi tua mamma che cerca di non soffrire per non farsi vedere dai figli. Deve fare padre e madre insieme. Sono passati, circa, dieci anni prima di metabolizzare il tutto”.

Roberto è un eroe della positività, del coraggio, dell’indomabile voglia di vivere malgrado le avversità. È l’icona di chi, in tutti i sensi, non si accontenta di camminare, ma vuole correre!

2 Risposte to “Roberto Bruzzone si fa amputare una gamba perchè non vuole camminare, ma correre incontro alla vita.”

  1. Antonio Rossi Says:

    Ciao sono un uomo che vive il tuo stesso problema,mi chiedevo la tua protesi da dove parte?
    Io ho un amputazione da sopra ginocchio, dalle foto nn riesco a capire se a te è uguale o parte da sotto ginocchio.
    Comunque sarei felice di sapere a quale centro ti sei rivolto.
    Ammiro la tua forza !

    • Ciao, grazie per avere scritto. Purtroppo io sono Ada e non Roberto. Mi sono semplicemente limitata a raccontare la sua storia. Comunque Robero ha il ginocchio gli hanno amputato la parte inferiore della gamba un po’ sotto al ginocchio.

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