Solitudine: alcune sfaccettature e significati

“Dagli uomini”, disse il Piccolo Principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano” “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”… “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore “

Analizzando i dati sulle key word di chi ha visitato il blog, dalle origini ad oggi, ritengo un dato molto significativo il fatto che al terzo posto si collochi la parola “solitudine”.

Dell’argomento abbiamo riflettuto insieme a più riprese, affrontandolo sotto vari aspetti, qui vorrei proporvi altri spunti tratti da una serie di studi pubblicati di recente.

La frase tratta dal Piccolo Principe riassume quanto detto in precedenza:  non esiste un solo tipo di solitudine, ognuno vive tale esperienza in modo estremamente personale. Può sceglierla o trovarla sul proprio cammino. Può essere un fatto positivo, che ci aiuta a maturare, a capire noi stessi ed il mondo, oppure una situazione estremamente negativa, di isolamento, che porta a depressione, a tristezza, ansia ed angoscia.

In quanto UniCum, uomo della nuova generazione, ciascuno di noi oscilla, irrimediabilmente, tra l’esigenza di rivendicare la propria originalità ed irripetibilità, la propria in-dividualità ed esclusività, da un lato, e l’esigenza di “essere con” e per gli altri, di confrontarsi, di relazionarsi con il prossimo, dall’altro.

La solitudine, intesa in senso negativo, è una delle peggiori eredità che abbiamo ricevuto dall’era Moderna e Postmoderna. È il frutto dell’individualismo, dell’egocentrismo, della perdita di autenticità dei rapporti, di certe dinamiche di asocialità che ci hanno reso tanti atomi separati incapaci di interagire e comunicare.

E la paura della solitudine tipica dell’uomo moderno/postmoderno è il timore e l’incapacità di guardarsi allo specchio, di guardarsi nell’anima, di accettarsi, di riflettere, di ascoltare i rumori dei propri pensieri, le vibrazioni del proprio cuore. Perciò la cura è di stordirsi, di distrarsi, di immergersi in un caotico turbinio di pseudo-relazioni, vuote, effimere, apparenti.

La solitudine positiva è, invece, uno spazio prezioso nel quale possiamo ripiegarci su noi stessi, elaborare e crescere per poi costruire legami schietti, genuini, duraturi con gli altri conseguendo uno stato di serenità, di armonia, di felicità.

Che cosa ci rende più felici nella vita?

Alcune persone possono mirare a raggiungere la fama, i soldi, la fortuna.

Ma, invero, tutti i più recenti sondaggi mostrano che gli amici e la famiglia sono il vero premio, la vera fonte della felicità.

Eppure, anche se la nostra esigenza di relazionarci, di costruire dei legami con gli altri è innata, alcuni di noi, alla fine della giornata, si trovano soli a casa.

Possiamo avere anche tante persone intorno a noi tutto il giorno o possiamo avere, persino, una famiglia, una relazione stabile, ciononostante provare una solitudine di fondo.

La solitudine è ciò che ci rode quando le falliscono le relazioni con gli altri.

“Ma il tempo trascorsi da soli è anche essenziale: può aiutarci a pensare con chiarezza, a respirare con calma e persino sentire quello che abbiamo dentro noi. E questo è quello che consideriamo la cosa più di valore in assoluto”, spiega John Cacippo, dell’Università di Chicago.

Nelle indagini per determinare i fattori che maggiormente contribuiscono alla felicità, gli intervistati menzionano costantemente non tanto la ricchezza o la fama, ma nemmeno la salute fisica, bensì la possibilità di relazionarsi con chi si ama (siano essi parenti, partner o membri del gruppo al quale si appartiene). Così si dimostra, ancora una volta, l’estrema importanza della Felicità nell’ambito del Wellthiness (Wellness, Healthiness-Happiness).

L’importanza delle relazioni interpersonali, certo non è poi così originale. Che siamo animali sociali è già stato inequivocabilmente argomentato da filosofi e saggi millenni di anni fa.

E che lo siamo in quanto discendiamo da un antenato comune, il quale ha dato origine a tutti gli altri primati sociali, è un’affermazione altrettanto inconfutabile.

Può anche darsi che, come sostengono alcuni studiosi, l’esigenza di inviare e ricevere messaggi, di interpretare e mettere in relazione segnali sociali sempre più complessi sia stato il principale fattore a guidare l’evoluzione del nostro cervello e la sua capacità di ragionare.

Dopo tutto, è la nostra capacità di pensare, di perseguire obiettivi a lungo termine, di creare connessioni e di agire collettivamente che ci ha permesso di emergere come specie dominante del pianeta.

Non c’è nessun altro attributo fisico di dimensioni, forza, velocità, vista, olfatto, udito, che spieghi il successo della nostra specie.

Nonostante il genuino desiderio umano di relazionarsi, milioni di persone minano i propri legami sociali.

“E, malgrado si sforzino di non isolarsi, finiscono con l’allontanarsi dagli altri piuttosto che legare con loro”, precisa Cacippo, “Ciononostante, queste persone non sono più o meno attraenti degli altri e non sono prive di capacità di socializzare.”

Come ricordano da Flaubert a Jackie Collins, è possibile sentirsi soli persino quando siamo è accoppiati o se lavoriamo in un ufficio estremamente frequentato, quando siamo in discoteca o immersi nella folla. La solitudine non è uno stato fisico, è piuttosto una condizione mentale, emotiva. Pertanto un eremita in un luogo disperso può non sentirsi solo, di contro una persona che vive in una metropoli può provare la più angosciante ed ansiogena esperienza di solitudine.

Il talento, il successo economico, la fama, anche l’essere adorati non offrono nessun tipo di protezione contro l’esperienza soggettiva della solitudine.

Ed anzi, non di rado, sono proprio i personaggi più noti a soffrirne e con effetti, talvolta devastanti, che li inducono a rifugiarsi nell’uso o nell’abuso di sostanze stupefacenti, nel consumo di alcolici, nell’assunzione di medicinali che, in cocktail sbagliati, possono rivelarsi letali.

Janis Joplin, che, a differenza di come appariva esplosiva sul palco, nella vita reale era timida ed introversa, poco prima di morire ha detto che stava lavorando su una canzone intitolata “Ho appena fatto l’amore con 25.000 persone, ma io vado a casa da sola”

Tre delle donne più idolatrate del ventesimo secolo, Judy Garland, Marilyn Monroe e la principessa Diana sono state notoriamente persone sole, drammaticamente sole. Ed ancora, una quarta, Gretta Garbo era famosa per aver detto “mi vanto di essere sola”

Ciò ci ricorda che non vi è nulla di intrinsecamente problematico nella solitudine in sé e per sé.

La solitudine non significa essere soli, si tratta di non sentirsi legati a qualcuno ed a soffrire di ciò.

In effetti non è un sofisma, un semplice gioco di parole, ma una realtà concreta.

L’esigenza di relazioni ed il potere di sospendere tali legami è evidente anche tra gli scimpanzé. Nella società degli scimpanzé, come in ogni cultura umana, le infrazioni contro l’ordine sociale, vengono punite da una qualche forma di ostracismo.

E, nel passato (oggi, nell’era della globalizzazione un po’ meno), una delle condanne peggiori era l’ostracismo perché estrometteva l’individuo dal suo tessuto sociale, gli tagliava tutti i legami ed, impedendogli di godere dei molteplici vantaggi della vita sociale, di fatto lo destinava a morte sicura.

Nei moderni istituti di penitenziali, la pena più dura è, ancora, l’isolamento.

Negli ultimi anni, la ricerca ha esaminato il potere del nostro bisogno di contatto con gli altri ed ha mappato le sue radici fisiologiche.

La cooperazione, ad esempio, attiva le stesse aree del cervello focalizzate sulla “ricompensa”, che si accendono con la  soddisfazione della fame.

Quando dobbiamo affrontare un  rifiuto sociale, l’esperienza sono, invece,accese le medesime zone cerebrali del dolore fisico.

La risonanza magnetica funzionale mostra che quando vediamo persone sconosciute o anche immagini di esseri umani, il nostro cervello risponde in modo nettamente diverso da quanto fa quando vediamo chi conosciamo.

Inoltre, alcuni studi stanno dimostrando che l’ambiente sociale può realmente influenzare il nostro sistema immunitario e modulare la trascrizione dell’RNA ed il modo nel quale le cellule si replicano.

Nonostante tutte le prove convincenti del nostro bisogno di legami e la dimostrazione chiara dell’influenza delle relazioni sulla nostra fisiologia, si sta registrando un’epidemia mondiale di “disconnessione” che, finora, è stata considerata simile ad una debolezza personale o uno stato doloroso irrimediabile.

Le ultime ricerche hanno confutato tali convinzioni.

Definendola “epidemia” di solitudine c’è il rischio di metterla in secondo piano.

La parola “solitudine” richiama alla mente della gente le agenzie matrimoniali, gli annunci di chi cerca una relazione, le crociere per single…

Ma non c’è nulla di banale, comico o molto romantico nella solitudine. Quello che è emerso è che la solitudine è un segnale negativo che ha lo scopo di motivarci a ricreare dei legami interpersonali

Nel tempo, se non è indirizzata ad un particolare obiettivo (es. i monaci asceti, gli eremiti,…), la solitudine può contribuire ad aumentare gli indici di morbilità e di mortalità.

Il matrimonio è un indicatore impreciso di connessione sociale, tuttavia l’età media di vita di chi non è mai stato sposato è del 65,9 per cento in più di chi è divorziato/separato.

Chi, invece, è attualmente sposato, ha un tasso del 220 per cento in più.

Le coppie sposate tendono anche ad essere meno sole.

Ma nei matrimoni nei quali manca comunicazione, complicità o, semplicemente, la relazione, l’effetto positivo dell’unione sulla salute è completamente annullato.

Concludendo, la felicità può essere un infinito appagato di se stesso ma, come diceva Platone, la solitudine ci ricorda che la felicità non può mai essere la metà di un tutto, di un infinito.

2 Risposte to “Solitudine: alcune sfaccettature e significati”

  1. Oggi esiste un’epidemia di solitudine perchè molti hanno perso il senso della vita. Questo senso è la spiritualità. Esiste un bel canto Yoga tantrico che dice: da Dio noi veniam e tutti a lui ritornerem. Ho sempre iniziato le mie lezioni Yoga dicendo: L’uomo è fatto di mente,corpo e spirito. Se queste tre componenti non sono in equilibrio fra loro,non si può star bene.Come si può sentirsi soli se si è capaci di pregare? Sappiamo,noi cristiani, di essere costantemente in compagnia del nostro angelo custode e possiamo colloquiare continuamente con Lui o con santi ai quali siamo devoti o con Dio, Gesù e lo Spirito Santo. Nella meditazione Yoga il discepolo si isola dal mondo temporaneamente per provare l’esperienza di Dio,che è ovunque,ma specialmente in lui.Terminata la meditazione si prova un senso di pace e di completezza.In occidente,purtroppo dello Yoga si pratica,salvo eccezioni, soltanto le varie posizioni,le tecniche di respirazione, di rilassamento e la dieta alimentare,già sufficenti per sentirsi appagati,ma si trascura lo sviluppo spirituale e mentale.Nel cristianesimo basta osservare i comandamenti ” Io sono il Signore Dio Tuo” ed “ama il prossimo tuo come te stesso” per non cascare nella solitudine,perchè si impara ad amare Dio ed il Prossimo ed a sentirsi a loro vicini. La mancanza di spiritualità obbliga a cercare compensazioni materiali,delle quali poi si diventa servi e,come droghe,creano assuefazione obbligando a cercarne sempre dippiù. Gesù diceva: Io vi dò l’acqua che vi disseta,cioè la sua parola e ” la verità vi farà liberi”. Abbiamo l’esempio di molti che si sono convertiti da una vita materialistica ad una vita spirituale,dopo aver capito che dietro alle cose esiste il vuoto e la solitudine e la pienezza si ottiene nella comunione con Dio e col prossimo.

    • Uno degli esempi più eclatanti della “conversione” dal materialismo è S. Agostino. Nella straordinaria opera delle Confessiones è evidente il significato profondo e la grande verità che c’è in quanto hai detto, caro Aldo.

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